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IL CASO/ Spread e Ue, le "bombe" innescate dalla manovra del Governo

Pubblicazione:martedì 21 ottobre 2014

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E un tale cavillo non era certo passato inosservato dalle parti della Bundeshaus: la linea intransigente, infatti, capitanata - neanche a dirlo - da Berlino, non può accettare un tale margine discrezionale in favore di paesi storicamente propensi all’inflazione. Soprattutto quando tale margine interviene una volta che i paesi inflazionisti condividono la stessa moneta della Bundesbank.

Con il Patto di stabilità, siglato in una notte di mezza estate, le preoccupazioni degli euro-intransigenti si trasformano in accordo vincolante: i parametri di Maastricht restano validi con durata illimitata. E il Prodi I, segnato dalla corsa per entrare nel club dell’euro e da grandi ambizioni personali, accetta il patto. Un grosso azzardo per un Paese che dal secondo dopoguerra ha costruito il proprio modello economico su debito pubblico e risparmio privato.

Come anticipato, il 2 ottobre 1997 i paesi dell’Unione firmano il patto di Amsterdam e conferiscono poteri più ampi alla Commissione di Bruxelles. E il 21 ottobre dell’anno successivo il primo Governo Prodi, perso l’appoggio di Rifondazione Comunista alcune settimane prima, chiude i battenti. Per lo stimato professore bolognese, tuttavia, è l’inizio di una nuova carriera a Bruxelles: undici mesi dopo, infatti, con un ampio appoggio bipartisan che raccoglie consensi dagli scranni di diversi paesi europei, Romano Prodi diventa Presidente della Commissione europea.

Ed è proprio durante questa presidenza che suona il primo campanello d’allarme: nel 2002 Francia e Germania sforano il vincolo che impone un deficit massimo pari al 3% del Pil. Le due più grandi economie europee mostrano i muscoli e vanno avanti, ma, a guardare bene, dietro le due infrazioni si nascondono motivi molto diversi: per il Governo transalpino sforare il tetto del 3% è vitale al fine di mantenere gli alti livelli di spesa pubblica che da sempre contraddistinguono l’economia d’oltralpe. Per Berlino, invece, sono anni di riforme strutturali: con l’Hartz plan cambiano pensioni e mercato del lavoro. E sui benefici di queste riforme i successivi governi tedeschi, decisamente meno lungimiranti, costruiranno la loro fortuna politica.

Tornando all’attualità, dopo gli scossoni a colpi di spread e i governi rimossi con risatine in sala stampa, oggi i campanelli d’allarme tornano a suonare a Roma come a Bruxelles: adesso sono Italia e Francia a puntare i piedi sugli accordi siglati in sede europea. Ma ancora una volta i deficit non sono tutti uguali: il Governo Valls punta a un disavanzo del 4,3% del Pil, ben al di sopra del tetto massimo. Con il piccolo particolare che Parigi in questi anni di turbolenze ha mantenuto la propria sovranità, magari ammaccata ma l’ha mantenuta. E difatti, dopo aver seminato il panico tra gli euroburacrati, il ministro delle Finanze francese, Michel Sapin, l’ha detto chiaro e tondo alla stampa d’oltralpe: “Sul budget decide la Francia, non Bruxelles”.

A ogni modo non sarà una tragedia, anzi rischia di trasformarsi in una commedia tutta francese: il prossimo Commissario economico sarà infatti Pierre Moscovici, che come da copione ha promesso zero sconti al suo Paese. E, sempre secondo la stampa transalpina, Berlino non ha intenzione di richiedere sanzioni contro Parigi; l’alleato storico va redarguito, ma nell’attuale contesto non può essere umiliato. E a ben vedere sorge il dubbio che in certe lingue di ceppo germanico alleato e suddito siano sinonimi: dai Paesi Bassi alla Finlandia, tutta quell’area sempre attenta a far quadrare i conti altrui non ha osato fiatare sui conti traballanti di casa Hollande.


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