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Economia e Finanza

TFR IN BUSTA PAGA/ Così lo Stato mette tre "mani" nelle tasche degli italiani

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Meglio quindi lasciare le cose come stanno? Probabile, ma anche in questo caso la mano ben visibile del fisco riuscirà a infilare le mani da qualche parte. Ad esempio, chi lascia il proprio Tfr in azienda, ogni anno si vede rivalutare l’ammontare accantonato negli anni precedenti di una certa percentuale, legata all’inflazione. Bene, su questa rivalutazione ovviamente vengono pagate delle tasse, che con la Legge di stabilità vengono incrementate dall’11% al 17%.

Allora meglio optare per destinare il Tfr a un fondo privato di previdenza integrativa, visto che i futuri assegni pensionistici saranno sempre più esigui? Potrebbe essere una buona idea, considerando che dal 2007 a oggi i rendimenti dei fondi pensione privati sono stati mediamente più alti di quelli ottenuti da chi ha deciso di lasciare il Tfr in azienda. Non fosse che la manovra del Governo prevede l’incremento dell’imposizione fiscale sui rendimenti dei fondi pensione, che passa dall’11,5% al 20%, colpendo quindi indirettamente chi ha deciso di far confluire il proprio Tfr in questi fondi. In altre parole, non sembra esserci via d’uscita.

Anche la libertà di scelta da parte dei lavoratori ne esce di fatto depotenziata, innanzitutto perché viene preclusa a priori la possibilità di aderire all’iniziativa ai dipendenti pubblici, ai lavoratori domestici e a quelli del settore agricolo. In secondo luogo, si prevede che la scelta sia irreversibile e vincolante nel tempo. Chi deciderà di ricevere il Tfr in busta paga a partire dal marzo 2015 non avrà più diritto di ripensamento e continuerà a riceverlo mensilmente fino a giugno 2018. Libertà di scelta sì, ma solo per una volta e non per tutti.

La questione del Tfr rischia quindi di diventare una giungla in cui è veramente complicato orientarsi e capire cosa sia più opportuno fare. Forse una soluzione ci sarebbe per rendere tutto più semplice: abbandonare definitivamente, e non per finta, l’idea paternalistica che sia lo Stato-genitore a decidere e influenzare i propri cittadini scegliendo o indicando cosa dovrebbero fare con i loro soldi. Abolire il Tfr così come conosciuto oggi e restituire la piena disponibilità immediata di queste somme ai cittadini, in modo che possano decidere con piena libertà se risparmiarli per la propria vecchiaia, se spenderli e come, se investirli e dove, se nasconderli sotto il materasso.

Sembrava questo il principio ispiratore che animava le prime dichiarazioni di Renzi sul Tfr in busta paga, ma purtroppo ancora una volta è mancato il coraggio di superare i proclami e andare fino in fondo. L’impegno c’è, a parole, e tutti ce lo auguriamo che sia #lavoltabuona, ma quello che scoraggia è che a cambiare l’Italia a suon di roboanti promesse e riforme mozzate ci hanno già provato in tanti, però senza grandi successi.

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