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Economia e Finanza

TFR IN BUSTA PAGA/ Così lo Stato mette tre "mani" nelle tasche degli italiani

Il Tfr in busta paga, previsto con la Legge di stabilità 2015, rischia di rivelarsi l’ennesima beffa per i cittadini. Anche se non aderiranno. SIMONE MORETTI ci spiega perché

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Il Tfr in busta paga rischia di rivelarsi l’ennesima beffa per i cittadini. L’idea era stata salutata alcune settimane fa (non da tutti per dire la verità) come una proposta potenzialmente di buon senso, moderna, utile per venire incontro alle difficoltà di molte famiglie e dare una piccola spinta ai consumi, ancora ristagnanti. La versione contenuta nella bozza di Legge di stabilità presentata dal Governo, invece, ha tutto l’aspetto di una misura beffarda, inefficacie e inutile.

Vi sono alcuni requisiti che questa proposta avrebbe dovuto soddisfare e garantire per essere uno stimolo efficace e credibile dal lato dei consumi, senza danneggiare il tessuto imprenditoriale del Paese, costituito da piccole e medie imprese che, piaccia o no, al momento utilizzano il Tfr dei dipendenti come forma di finanziamento aziendale. La possibilità per i lavoratori dipendenti di decidere se ricevere o meno la quota parte mensile del Tfr, anziché accantonarla, poteva essere un’idea condivisibile, a patto di lasciare completa libertà di scelta a tutti i cittadini, garantire una tassazione in linea a quella in vigore per gli accantonamenti riscossi a fine rapporto di lavoro e, infine, prevedere delle forme di compensazione per le imprese che si troverebbero improvvisamente senza delle risorse sulle quali credevano di poter contare, magari anche per tenere in vita le aziende stesse.

La proposta del Governo, che per ora mantiene il rango di bozza, disattende almeno due di queste tre condizioni. Da una parte le aziende non dovrebbero scontare effetti negativi, dal momento che, qualora il lavoratore decidesse di ricevere il Tfr in busta paga, saranno le banche a versare alle imprese lo stesso ammontare, richiedendo in cambio il pagamento di un tasso di interesse pari a quello che l’azienda versava precedentemente al lavoratore. Tali finanziamenti saranno coperti da garanzia statale, quindi dal punto di vista delle banche si tratterebbe di guadagni, bassi, ma praticamente assicurati. Bisogna però dare atto che se il meccanismo verrà effettivamente perfezionato in questi termini, e ancora non vi è certezza, dovrebbe funzionare.

La questione più eclatante è invece quella relativa alla tassazione del Tfr, in qualunque forma si decida di percepirlo, questione che assume le fattezze di una rete da pesca dalla quale è impossibile scappare per il pesce-contribuente. Da una parte, se il lavoratore decide effettivamente di ricevere il Tfr mensile in busta paga, queste somme incrementali del proprio reddito saranno soggette a tassazione ordinaria, non parificata a quella, mediamente inferiore, che verrebbe invece applicata nel caso in cui l’intero Tfr venga riscosso alla fine del rapporto di lavoro.

Una disparità di trattamento ingiustificabile e che assomiglia più a una provocazione beffarda da parte dello Stato, un tentativo arrembante di anticipare a oggi, aumentandola, la tassazione di somme che sarebbero state tassate, di meno, in futuro. Come dire, per il Governo è meglio una bella gallina grassa oggi che uno striminzito uovo domani, ovvio. Come è ovvio che di fronte a questa impostazione ben poche saranno le persone invogliate ad aderire a un’iniziativa tanto decantata e che poteva effettivamente essere utile, ma venuta alla luce fortemente depotenziata.