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SPY FINANZA/ Dalla Bulgaria un "siluro" per l'Europa

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La quarta banca del Paese, Corpbank, ha collaterale valido solo per il 13% dei prestiti in essere, ovvero l’87% dei suoi prestiti sono di fatto invalidi! Direte voi, qual è il problema a fronte della situazione generale che stiamo affrontando? La Bulgaria fa parte della cosiddetta zona Ceese ed è parte dell’Ue dal 2007, pur non avendo adottato l’euro: stando a uno studio del Fondo monetario internazionale, «un’escalation delle tensioni geopolitiche può colpire i paesi europei trasmettendosi attraverso i canali del commercio e della finanza», in particolare i link creati grazie al commercio di gas con la Russia e quelli tessuti dalle banche. Sempre per il Fmi, «i paesi più vicini alla Russia possono essere severamente colpiti da un rallentamento della crescita russa, ma anche i paesi core dell’eurozona, segnatamente la Germania e l’Olanda, hanno intrecciato relazioni commerciali molto avanzate con i russi, che adesso potrebbe risentire della crisi ucraina. E anche i centri finanziari dell’eurozona, ossia Cipro e il Lussemburgo, condividono la stessa sorte».

Fatta questione a parte per la questione energetica, apparentemente risolta e con il prezzo del petrolio ai minimi, i link finanziari, se possibile, sono ancora più stretti: Cipro, Austria e Ungheria sono i paesi più esposti verso Russia e Ucraina, con prestiti che oscillano fra il 4 e il 13% dei rispettivi Pil, mentre le banche italiane e francesi contano un’esposizione che oscilla fra l’1 e il 5% del Pil. Qualcuno vi ha mai fatto notare queste cose? No, perché si guarda soltanto all’operato della Bce, agli stress test a queste non soluzioni per problemi che invece sono terribilmente reali: quel dato del 13% di collaterale valido sui prestiti è forse il peggior schema Ponzi mai rivelato da una Banca centrale, eppure nessuno si è mai premurato di controllare realmente lo stato di salute delle banche di un’area che pur essendo Europa, nei fatti è ancora blocco ex-sovietico. Ma si sa, per l’Ue quando si parla di Russia si parla solo di sanzioni.

Ma tranquilli, forse c’è ancora margine per evitare giornate di tregenda come quelle della scorsa settimana: i dati macro Usa giocano a favore di una Fed pronta a nuovi giochini sulla tempistica del “taper” e del rialzo dei tassi. L’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, infatti, a settembre è salito dello 0,1% mese su mese, mentre a livello annuale, invece, i prezzi al consumo sono saliti dell’1,7%, al di sopra del consenso a +1,6%, e quelli core dell’1,7%, in linea con il consenso. Insomma, non ci sono pressioni inflative negli Stati Uniti e con l’inflazione che resta sotto controllo e la crescita dei salari ancora piuttosto debole, la Fed continuerà a non affrettarsi verso un aumento del costo del denaro, almeno finché la ripresa del mercato del lavoro non accelererà sul serio. In caso contrario, infatti, le attuali turbolenze dei mercati potrebbero portare ancora più cautela nell’avvio del percorso verso la normalizzazione della politica monetaria.



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