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UE vs ITALIA/ Le due carte di Renzi per far approvare la manovra

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Che cosa rimproverano all’Italia il Governo tedesco e il suo portavoce a Bruxelles? In primo luogo, “una significativa deviazione rispetto al sentiero di aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio di medio termine nel 2015 basato sul cambiamento pianificato del bilancio strutturale”. In sostanza, Padoan al quale è indirizzata la lettera, non ha tagliato il bilancio strutturale (cioè al netto degli interventi congiunturali) come prescritto dall’Ue: mezzo punto di Pil. Non solo: ha aumentato la spesa in deficit di 0,7 punti pari a 11 miliardi di euro. Il pareggio è rinviato di un anno e il debito anziché cominciare la discesa aumenta. Tutto ciò a dispetto delle raccomandazioni dell’azzimato giovanotto finlandese, del suo padrino portoghese e della madrina tedesca.

La lettera vuole spiegazioni, facendo finta di non aver letto né ascoltato quelle che a più riprese il Governo italiano ha dato e di non aver nemmeno guardato le previsioni congiunturali dell’Ue, del Fmi e dell’Ocse. E chiede chiarimenti a stretto giro di posta. Padoan li invierà oggi stesso, ma in realtà si tratta di un copia-incolla di quel che è contenuto nell’aggiornamento al Documento di economia e finanza già illustrato al Parlamento italiano. Dunque, un dialogo tra sordi?

Renzi ha due carte da giocare: un aggiustamento tecnico e una scommessa politica. Sul piano contabile, la Legge di stabilità contiene un escamotage perché ha messo da parte 3 miliardi circa da offrire a Bruxelles come compromesso. Ciò equivale a un’ulteriore stretta di un quarto di punto, la metà di quel che pretende l’Ue. Basterà? Forse no. Molto dipende dalle valutazioni politiche. E veniamo così alla seconda carta.

Il nuovo Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker si è presentato sostenendo che le regole non si toccano, tuttavia vanno interpretate. L’ex primo ministro lussemburghese, eurocrate di lungo corso, non è visceralmente anti-italiano come il predecessore. Ma deve in ogni caso render conto al suo azionista di riferimento, cioè al Governo tedesco il quale ha intenzione di condonare Parigi anche se non ha mai rispettato il vincolo di bilancio del 3% negli ultimi dieci anni. È vero che il debito francese, sia pur crescente, è ancora sotto quota 100 e che il rating è molto alto (Aa1 per Moody’s), quindi non crea rischi ai mercati finanziari. Tuttavia, restano i due pesi e le due misure, perché l’interpretazione delle regole segue un criterio politico. Politique d’abord, alla faccia dei trattati.

Juncker, insomma, si trova nella scomoda situazione di mostrare indipendenza di giudizio. È chiaro che non approverà la scelta unilaterale dell’Italia. Tuttavia dovrà evitare la sindrome Barroso, valutando in modo non fazioso e non servile gli argomenti che il Governo di Roma e la Banca d’Italia offrono. Anche perché il bilancio per il 2015 va letto insieme alle riforme che il Governo sta varando, a cominciare da quella del lavoro. La prova non sarà facile, ma Juncker si gioca la propria credibilità.