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GEO-FINANZA/ Ecco il trattato che permette agli Usa di spaccare l'Europa

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Dopo 7 decadi di relativa pace, anche fredda, in Europa si riaffacciano le aspirazioni egemoniche di nazioni che sembravano ormai annichilite e assuefatte all'ordine imposto dopo la seconda guerra mondiale. Il Consiglio europeo appena conclusosi non ha deciso nulla di sostanziale ma ha ratificato la fine dell'egemonia comunitaria che dalla seconda metà degli anni 80 è stata incarnata dalle burocrazie e tecnocrazie di Bruxelles. Per ragioni diverse i capi dei governi britannico, francese e italiano hanno messo in discussione quel consenso europeista che li voleva sottomessi alle decisioni della Commissione europea. In altre parole, per la prima volta dal 1989 sono stati sconfessati e sbeffeggiati i guardiani dei Trattati, cioè la Commissione europea con i suoi mandarini istituzionali e i suoi funzionari. Atti irrituali ma sostanzialmente politici hanno aperto il vaso di Pandora europeo, creando le condizioni per una rifondazione o per il disfacimento dell'Unione europea.

Il mito dell'austerità, imposta surrettiziamente dall'apparato europeo dopo il 2010, è stato smascherato con un rigurgito di identità sovrana sui propri debiti pubblici. La Francia, nonostante l'imbarazzante presidenza di Hollande, ha ritrovato i propri geni dell'eccezionalismo da stato-nazione continentale. Le velleità dell'italiano Renzi, un abilissimo e spregiudicato politico, hanno portato ad una tattica che si è rivelata esiziale. Il Regno Unito, forte dell'unicità dei suoi risultati economici in un'Europa votata alla recessione, ha reagito con ritrovato vigore alle richieste di significativi e ulteriori finanziamenti all'apparato brussellese. 

Più che un attacco alla Germania si è trattato di una rivolta degli stati sovrani contro lo strapotere delle banche e della finanza anglo-americana che, con la compiacente regia di Barroso e Draghi, hanno creato in soli 4 anni una situazione di insostenibilità fiscale, economica e sociale nel continente europeo. Il tentativo di sovversione ordito dal potere finanziario si era materializzato in Italia nella prima metà del 2011, nell'estate dello stesso anno in Libia, nel corso del 2012 in tutto l'arco a Sud del Mediterraneo, e nel febbraio 2014 in Ucraina. A questi eventi abilmente orchestrati si è aggiunta la pressione politico-diplomatica rappresentata dal "Sistema Nuland" che pretendeva "fottersene" dell'Ue per estorcere agli europei dannose sanzioni alla Russia, modificare la politica energetica europea, e far ratificare al più presto il Ttip, cioè l'accordo di libero scambio transatlantico che imponeva la marginalizzazione delle giurisdizioni nazionali e comunitarie.

Il prossimo Consiglio europeo di dicembre, che seguirà all'insediamento della nuova Commissione guidata da Juncker, sarà il vero, e forse l'ultimo, banco di prova della determinazione degli stati europei di "trovare la formula per cooperare" (parole della Merkel). Che tutti gli stati europei necessitino di riforme strutturali adatte al proprio rilancio economico, politico e sociale, è cosa più che certa. D'altra parte, questi stati ben sanno che nel mondo globalizzato la loro sopravvivenza di "potenza" non è più percorribile individualmente. Ma essi sanno anche che l'Europa non esiste in base ai presunti valori comuni, bensì può esistere in contrapposizione a minacce esterne oppure per la propria capacità di proiettarsi nel mondo. Nel mondo di oggi, sia la prima che la seconda situazione non può che essere affrontata insieme.


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