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SPY FINANZA/ Mps, i numeri che avvicinano la "nazionalizzazione"

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Per gli esperti di Mediobanca Securities (la quale certifica e conferma al titolo Mps rating neutral e target price a 1,15 euro), rinviando il pagamento dei Monti Bond, il deficit di capitale si potrebbe ridurre a 1,35 miliardi di euro; anche il broker ha ricordato che tra le ipotesi passate al vaglio rientra anche la cessione di alcuni asset, come ad esempio Consum.it, o di alcuni sportelli, oltre all’emissione di bond “additional tier 1” per 830 milioni euro. La vendita di Consum.it potrebbe aggiungere 35 punti base al Core equity tier 1, mentre altri 30 punti base potrebbero derivare dalla vendita del comparto leasing e factoring, riducendo il deficit di 400 milioni di euro: tramite questi interventi la carenza di capitale scenderebbe circa a 900 milioni, senza considerare l’emissione di obbligazioni At1 per massimi 830 milioni.

Wishful thinking, direbbero gli inglesi, e infatti sempre Mediobanca fa notare che tuttavia «i nostri calcoli assumono il successo delle cessioni che potrebbe non essere semplice nell’attuale contesto macroeconomico». Come dire, una cosa è la teoria, una la pratica. Anche a detta degli esperti di Equita (hold e prezzo obiettivo a 0,9 euro) posticipando il rimborso dei bond governativi lo shortfall scenderebbe a 1,1 miliardi, una carenza di capitale che potrebbe poi essere compensata con un bond At1 e/o con cessioni. La diluizione sarebbe del 5% superiore a quella che gli analisti hanno ipotizzato con aumento di capitale da 1,5 miliardi, ma il Governo diventerebbe il primo azionista con il 27% e gli azionisti sindacati si diluirebbero al 7%.

Per quanto riguarda un eventuale aumento di capitale, l’operazione dovrebbe essere realizzata insieme alle cessioni e all’emissioni di bond per un massimo di 800 milioni, mentre sul tema aggregazione (lunedì l’ad di Ubi Banca, Victor Massiah, ha messo le mani avanti dicendo che al momento non vi è nessun dossier aperto) l’operazione avrebbe un rischio di esecuzione elevato, non solo per i problemi di governance: «La situazione non è chiara e gli spazi di manovra per il management sono limitati», ha concluso Equita. Intanto, però, gli investitori si sono fatti ingolosire dalle ipotesi di rinvio del pagamento dei Monti bond e dalle possibili operazioni di fusione e aggregazione future e a Piazza Affari il titolo Mps, dopo il -21,5% di lunedì, a metà pomeriggio saliva dell’1,2% dopo essere arrivato a toccare +2,17% a 0,802 euro. Inoltre, la Consob ha deciso di estendere il divieto di assunzione o incremento di posizioni nette corte sulle azioni e il provvedimento sarà in vigore fino al termine della seduta di lunedì 10 novembre: pratica utilissima quest’ultima, i tonfi del 2011 sono lì a confermarlo.

Per Fitch l’esito del “comprehensive assessment” della Bce, che ha evidenziato per le banche italiane carenze di capitale per 9,7 miliardi (senza considerare le operazioni di ricapitalizzazione effettuate quest’anno), non fa scattare delle azioni immediate sui rating degli istituti: l’esercizio ha comunque fornito una notevole quantità di nuovi dati che verranno inseriti nelle analisi delle banche monitorate. Per le due bocciate, Mps e Carige, Fitch ha affermato che «raccogliere nuovo capitale sarà particolarmente impegnativo»: meno male che ci pensano i geni del rating a illuminarci. Ma il problema è strutturale, ovvero del livello di cialtroneria che caratterizza il mercato e i suoi presunti protagonisti.

Uno degli obiettivi principali degli stress test bancari, che hanno richiesto un anno per aggregare milioni di numeri, era infatti quello di fornire al pubblico dati affidabili e completi sulle finanze degli istituti di credito del continente. Peccato che - al netto di quanto vi ho detto ieri, ovvero dei cialtroneschi criteri di creazione del cosiddetto scenario avverso, soprattutto per quanto riguarda il livello dell’inflazione - ora si sia scoperto come alcuni errori e incongruenze abbiano comunque screditato, almeno per certi aspetti, i risultati dei test che sono stati pubblicati domenica. La Banca centrale europea ha dovuto infatti rimuovere per breve tempo dal suo sito i risultati di una grande banca italiana dopo aver scoperto un errore nel Kcr, cioè il coefficiente di capitale chiave: indovinate un po’ qual è quella banca? Bravi, ci avete preso.