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INCHIESTA/ Il piano di risparmi "sparito" dal tavolo di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Scorriamo ora l’elenco dei settori e delle tipologie di attività svolte dalle partecipate censite. Accanto a settori più o meno giustificabili, quali energia, trasporti locali, multiutility e multiservizi, gestione dei rifiuti, troviamo anche studi di architettura, studi di direzione e consulenza aziendale, banche e finanziarie, commercio al dettaglio, gestione terme e, per concludere in bellezza, due enoteche e un prosciuttificio, attività in cui il ruolo pubblico è chiaramente fondamentale e insostituibile.

Il rapporto evidenzia come l’inefficienza delle partecipate, che ricade sul portafogli di tutti noi, può manifestarsi almeno in tre forme: perdite di esercizio palesi, certificate da bilancio e che ammontano a circa 1.200 milioni di euro l’anno; perdite non palesi finanziate da contratti di servizio o ripianate da trasferimenti dallo Stato, stimate in altri 16.500 milioni di euro; inefficienze pagate direttamente dai cittadini attraverso tariffe che ne coprono direttamente i costi. Il regime di monopolio locale assicurato alle partecipate, contribuisce infatti in modo determinante al mantenimento di inefficienze e non assicura alcun tipo di incentivo all’innovazione e al miglioramento del servizio, a scapito dell’intera utenza e della collettività in generale.

Volgendo per un attimo lo sguardo al passato, queste ultime considerazioni dovrebbero essere alla base di una seria e critica riflessione sulla vicenda dei tanto discussi quesiti referendari del 2011 quando, attraverso una ben orchestrata operazione di disinformazione, il referendum è stato camuffato come fosse un quesito sulla “privatizzazione” dell’acqua, mentre in realtà le norme poi abrogate erano relative all’affidamento della gestione non solo dei servizi idrici, ma dei servizi pubblici locali in generale. Esito referendario che ha minato alla base la possibilità di affidare la gestione di questi servizi (e non la proprietà di asset e risorse) tramite gare (alle quali avrebbero potuto concorrere anche enti partecipati o totalmente pubblici), che avrebbero introdotto dei meccanismi di efficienza e di stimolo all’innovazione. Quasi tutti sembrano però ignorarlo, evidentemente perché mantenere l’affidamento diretto da parte dei comuni ed enti locali fa comodo a molti.

Il rapporto Cottarelli consente di inquadrare la dimensione del fenomeno, ne evidenzia gli aspetti più patologici e individua alcuni percorsi da seguire per un’opportuna razionalizzazione del sistema. Starà poi al Governo decidere se e come utilizzare le indicazioni contenute nel rapporto. Occorre però cercare di capire come siamo arrivati alla situazione odierna. Benché negli ultimi anni i governi abbiano più volte proclamato, senza successo, intenzioni di contenere il fenomeno, esso è al contrario proliferato. Forse in parte per eludere i vincoli stringenti del patto di stabilità interno, ma in gran parte per sfamare l’appetito clientelare di un apparato politico sempre più affamato (assumere personale su raccomandazione e inserire parenti e amici nei consigli di amministrazione) e che a partire dagli anni ‘90 si è visto progressivamente sottrarre, grazie ai processi di privatizzazione, la maggior parte delle grandi imprese di Stato con le quali era abituato a “banchettare”, pensando quindi di potersi rifare sul piano locale.

In realtà, nel passato non si è mai cercato di adottare un approccio che fosse veramente di razionalizzazione del sistema e anche quando una municipalizzata veniva costretta a chiudere per palese inutilità o inefficienza, ne venivano aperte altre per ricollocare il personale. Senza contare che a molti di questi enti, col tempo, sono state accorpate attività di dubbia utilità e che un tempo venivano svolte all’interno dei ministeri, accorpandone ovviamente anche i relativi dipendenti.



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