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SPY FINANZA/ Usa-Ue-Cina: il "mix" che può scatenare un altro crac

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Tornando al Cepr, gli autori fanno notare che «nonostante il valore degli assets a livello globale sia salito di pari passo con il debito, rendendo i bilanci meno a rischio, il timore è che i prezzi degli assets potrebbero essere soggetti a un circolo vizioso nella prossima fase della crisi di leverage globale, dove un’inversione dei prezzi porterà obbligatoriamente a uno strizzamento del credito e innescando una pressione al ribasso proprio sul prezzo degli assets». Una tesi sposata anche in un recente report di Deutsche Bank, nel quale si ammetteva che «abbiamo creato un mostro del debito globale che è così grande e così cruciale per il funzionamento del sistema finanziario e dell’economia che i default sono diventati un evento sempre più minimizzato grazie a risposte politiche ultra-aggressive. È chiaramente troppo tardi per cambiare il corso degli eventi ora senza che incorrano serie conseguenze».

E ancora: «Questo ciclo forse è cominciato con le politiche di allentamento seguite alla crisi dei mercati emergenti nel 1997-98, un atto che ha portato alla crescita esponenziale della leva in tutto il mondo. Da allora abbiamo visto grosse aziende salvate all’inizio degli anni 2000, finanziarie salvate alla fine della decade e più recentemente anche salvataggi sovrani. Sono passati molti, molti anni da quando il libero mercato decideva il destino dei mercati del debito e da allora i salvataggi sono diventati sempre di maggiori proporzioni». Penserete che questo mio interesse per l’operato delle banche centrali sui mercati sia una vera e propria ossessione, forse lo è, ma come vi sto dimostrando da ormai alcuni mesi, piano piano sempre più soggetti stanno aprendo tardivamente gli occhi e puntando il dito verso la gigantesca bolla del credito che sta gonfiando i mercati e le loro valutazioni.

In un contesto di debito globale sempre crescente, con le economie reali ferme e alcune addirittura in recessione, la possibilità che qualcosa vada fuori giri cresce di giorno in giorno, soprattutto perché, come vi dicevo la scorsa settimana, il tempo ora comincia davvero a stringere per la Fed, la quale ieri si è trovata a dover fare i conti con il dato sui nuovi assunti nel mese di settembre, cartina di tornasole dello stato di salute dell’economia reale Usa e quindi potenziale dinamo per la chiusura del “taper” a fine mese e per un aumento anticipato dei tassi di interesse. E il numero degli occupati è salito, visto che l’economia statunitense ha creato a settembre 248mila nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli, più delle attese degli economisti ferme a 215mila unità, mentre il dato di agosto è stato rivisto al rialzo da +142mila a +180mila unità: il tasso di disoccupazione è così sceso al 5,9%, rispetto al dato non rivisto di agosto e al consenso pari a +6,1%, livello che non vedeva dal 2008.


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