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SPY FINANZA/ Usa-Ue-Cina: il "mix" che può scatenare un altro crac

Pubblicazione:sabato 4 ottobre 2014

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

Si allunga la schiera dei catastrofisti che vengono in mio soccorso prevedendo rischi molto seri di un market crash a causa del doping iniettato nel sistema dalle banche centrali e del suo possibile ritiro il mese prossimo da parte della Fed. L’ultimo in ordine di tempo a porre la questione è stato il Center for economic policy research (Cepr) di Ginevra, presentando il sedicesimo report sull’economia mondiale. Chiara la tesi di fondo: non è in atto alcun deleveraging del mercato, visto che le iniezioni di capitale della Fed non solo hanno artificialmente gonfiato gli indici di Borsa ma anche spinto le aziende a indebitarsi sempre di più per dar vita a buybacks azionari per tenere alto il valore dei propri titoli e abbassare il flottante e i cittadini a caricarsi di nuovo debito, sia sotto forma di prestiti scolastici che di credito al consumo, con il tasso di default sui mutui che è tornato a salire e non a scendere. Quindi, forse, non sono pazzo del tutto.

Per il Cepr, «la combinazione velenosa di debito record e crescita in rallentamento ci suggerisce che l’economia globale potrebbe essere sulla via di una nuova crisi». E calcolate che il Cepr non solo lavora su commissione del Centre for monetary and banking studies, ma annovera tra gli economisti che hanno redatto report tre ex banchieri centrali, gente che conosce le dinamiche in atto: e, infatti, predicono che «i tassi di interesse dovranno restare bassi per molto, molto tempo per fare in modo che cittadini, aziende e governi possano servire il loro debito ed evitare un altro crash».

In particolare, viene posto l’accento sulla continua e rapida crescita del debito del settore pubblico nelle economie sviluppate e di quello privato nei mercati emergenti, soprattutto in Cina: «La combinazione diviene ancora più velenosa perché al debito globale alto e in crescita va unito un rallentamento del Pil nominale, innescato da crescita reale bassa e inflazione in caduta libera. Il livello totale del debito mondiale, privato e pubblico, è salito dal 160% dell’income nazionale del 2001 a quasi il 200% dopo la fase più acuta della crisi e al 215% nel 2013». Insomma, stiamo andando incontro a un epilogo tipico di tutti i cosiddetti miracoli economici: l’Italia degli anni Sessanta, il Giappone, le tigri asiatiche, l’Irlanda, la Spagna e con ogni probabilità la Cina. Tutte fasi terminate, in maniera anche brutale, dopo un eccesso di accumulazione di debito. D’altronde, lo stesso Fondo monetario internazionale ha dovuto ammettere che «il debito globale dei mercati è salito a circa 100 triliardi di dollari nella metà del 2013 dai 70 triliardi di metà 2007».


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