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SPY FINANZA/ Le manovre dei mercati che "allarmano" le banche italiane

Pubblicazione:mercoledì 8 ottobre 2014

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E stranamente l’azionario Ue è divenuto argomento di elucubrazioni anche per Ubs, il cui strategist Nick Nelson ha redatto un report dal titolo “European Earnings: 42 months of downgrades and counting”, dal quale si evince che le azioni europee hanno visto 42 mesi di fila di revisioni al ribasso degli utili, ovvero per tre anni e mezzo gli analisti hanno declassato le previsioni sugli utili europei, per un computo che in media ha visto quasi 100 downgrades al giorno dal marzo 2011. Qual è stata la colpa? «Chiaramente la ripresa post crisi è stata significativamente più debole in Europa che negli Stati Uniti. Dopo la crisi finanziaria, l’Europa è caduta nella crisi del debito. Inoltre le pmi europee, cresciute in modo sincronizzato a metà del 2013, hanno poi dovuto affrontare il vento contrario di un euro forte sui profitti», dichiara Nelson.

Ma ora proprio il cambio con il dollaro potrebbe portare a un’inversione di tendenza. Lo studio di Nelson ricorda che i downgrade sono stati dovuti soprattutto a un calo degli utili ma non dei margini, per cui un cambio favorevole potrebbe migliorare la situazione: «Con l’euro che si è deprezzato del 10%, l’effetto cambio che finora ha penalizzato le aziende europee ora si può tradurre in un vento a favore». In termini di settori, solo 7 dei 30 europei sono attualmente in miglioramento ed è interessante notare che, poco meno di tre quarti (73%) della crescita degli utili 2014 dovrebbe provenire da un settore solo: le banche.

Come leggere questo dato: semplice, gli stress test della Bce saranno anche questa volta una farsa, peggio dell’esame di terza media e la grancassa della Bce trasformerà l’acquisto di Abs, ovvero credito incagliati cartolarizzati, nella bacchetta magica di turno. Eppure ieri le Borse europee hanno fatto decisamente male, spinte in territorio negativo dalla revisione al ribasso del Pil da parte del Fondo monetario internazionale e dal dato decisamente preoccupante che ha visto la produzione industriale in Germania nel mese di agosto accusare un crollo del 4% rispetto al mese precedente, smentendo in negativo le previsioni attese per un -1,5%, mentre su base annua la diminuzione è stata del 2,8%. Escludendo l’energia e il settore delle costruzioni, il calo su base mensile è stato ancora più forte, del -4,8%, e per il futuro le prospettive non sono affatto rosee, come ha dimostrato il dato diffuso lunedì sugli ordini all’industria, diminuiti ad agosto del 5,7% rispetto a luglio.

Perché allora puntare sull’azionario Ue? Come si potrà invertire questo trend? Basteranno gli acquisti di Abs e la seconda asta Tltro della Bce prevista per dicembre? No, il problema è diverso: i grandi soggetti puntano sull’azionario Ue per due motivi: primo, proprio perché le sottostanti economie vanno male, si tenderà a una rotazione fuori dall’obbligazionario sovrano e verso equities e, secondo, perché il mercato Usa è morto, strizzato come un limone e pressoché senza più margini.

Guardate il grafico a fondo pagina: sia il debito totale che quello netto del settore corporate statunitense è ai massimi storici. E sapete perché? Ce lo svela Bloomberg: le aziende quotate sull’indice S&P’s 500 spenderanno quest’anno in buybacks di propri titoli qualcosa come 914 miliardi di dollari, il 95% dei loro guadagni, peccato che così facendo i dividendi siano saliti del 12% a 349 miliardi di dollari! Insomma, si compra indiscriminatamente senza valutazione del prezzo, soltanto per mantenere quest’ultimo alto, far crescere i dividendi per gli azionisti e i bonus per i manager e abbassare il flottante. I dirigenti delle principali aziende quotate hanno aumentato la percentuale di denaro allocato per buybacks del 30%, il doppio del dato del 2002, mentre la quota di denaro speso per capital spending è scesa del 40%: insomma, non si investe più denaro nella propria aziende per ammodernare, ad esempio, visto che la media dell’età di impianti ed equipaggiamenti è oggi di 22 anni, il livello più alto dal 1956, stando a dati ufficiali del Commerce Department.

 


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