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SPY FINANZA/ Europa, epicentro di una nuova crisi

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Ovvero, se prima una banca aveva un dollaro di collaterale a garanzia di 10 dollari di trading, con la nuova regolamentazione la stessa istituzione finanziaria poteva mantenere il suo dollaro di collaterale ma a copertura dei rischi su trading per 20,30 o anche 50 dollari. Ma non basta, le grandi banche volevano anche altro, ovvero il fatto di poter abbandonare la valutazione mark-to-market, cioè ai prezzi di mercato correnti, delle loro securities: insomma, non si doveva più valutare quanto si aveva in base al prezzo che il mercato avrebbe pagato per ottenerlo ma con criteri propri, interni, mascherati nei bilanci o sotto voci un po’ alla Fausto Tonna ai tempi di Parmalat. E questo valeva per tutto quanto stava nei bilanci della banche in questione, compresi i devastanti portafoglio di derivati con ammontare di triliardi di dollari.

A vostro modo di vedere cosa fece la Sec? Esatto, accontentò le banche e questo fu il nuovo ambiente operativo in cui i giganti di Wall Street partirono all’assalto dei mercati dal 2004 in poi, arrivando ad ammassare - e parliamo solo delle istituzioni finanziarie statunitensi - trade su derivati per un controvalore di oltre 200 triliardi di dollari. Ma attenzione, quello era il valore al mark-to-market: le banche potevano valutare quei trades come volevano, con il controvalore che faceva loro più comodo per occultare a mercato e regolatori la vera esposizione alla leva. Partendo da questo presupposto, la realtà è che ogni broker operativo di una grande banca d’affari sa benissimo che il suo collega di un’altra banca sta sovrastimando il valore delle sue securities, esattamente come sta facendo lui: quindi, per continuare a far girare la giostra serve collaterale a garanzia di quelle bugie dalle gambe molto corte - almeno dal 2008 in poi - e anche il mercato dei derivati necessita di quel collaterale a garanzia del trading e delle eventuali perdite in cui questo può far incorrere. Insomma, come garanzia ultima di un mercato di oltre 700 triliardi di dollari, quello dei derivati, abbiamo come backstop principalmente bond sovrani.

Qual è il problema? C’è maggiore rischio di default sovrani, quindi cancellazione del concetto di risk-free per quelle obbligazioni? No, il problema è che attraverso i loro programmi di Qe, la Fed, la Bank of Japan e la Bank of England hanno drenato dal sistema finanziario tutto il collaterale di alta qualità comprando con il badile Treasuries, bond giapponesi, Gilts britannici, Bund, Oat francesi e quant’altro: stiamo parlando di acquisti per 10 triliardi di dollari di collaterale di prima qualità che ora riposa nei bilanci della banche centrali e non nuota più libero nel sistema a garanzia delle transazioni. Non a caso, la liquidità minima che si sta registrando sul mercato dei bond corporate è la riprova di questo: tutti sul mercato sovrano, tutti alla ricerca di rendimento. La stessa cosa però ora si applica anche ai bond sovrani, visto che molti manager si stanno lanciando su derivati sul reddito fisso poiché non riescono a comprare titoli di Stato “reali”: guarda caso, quest’anno si è tenuta la prima edizione dell’International Conference on Sovereign Bonds Market e il primo argomento all’ordine del giorno era proprio la liquidità.

Insomma, se la crisi del 2008 era principalmente legata all’investment banking, quella che sta bollendo in pentola sarà dell’obbligazionario sovrano a livello globale ma con epicentro nell’eurozona. E visto che già oggi la liquidità sul mercato dei bond rappresenta un problema nonostante il mercato stesso sia in rally, provate a pensare cosa potrebbe accadere se dovesse prendere forza una rotazione in uscita: una panic-selling senza precedenti. Ecco perché Christine Lagarde ha autorizzato quel report con quella richiesta così esplicita alla Bce: la catena del collaterale sta per andare di nuovo in tilt e quei bond a garanzia dei trades, sempre meno di high-grade come i nostri o quelli spagnoli, portoghesi e irlandesi potrebbero tramutarsi in breve tempo nel canarino che finisce morto in miniera per vedere se c’è gas.

Un altro frutto marcio del Qe globale e dell’avidità finanziaria sta per presentare il conto. E questa volta potrebbe essere ancora più salato che nel 2008, come le mosse anticipate di Pioneer Investments ci fanno capire plasticamente. 



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