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GEO-FINANZA/ I "guasti" dell'euro impossibili da sanare

L’euro non è una valuta come tutte le altre: il suo ruolo di moneta di scambio è inesistente, vista la presenza del dollaro. L’analisi in due puntate di PAOLO RAFFONE

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Chiariamo subito che l’euro, come tutte le monete, è un documento politico rappresentato da un atto amministrativo che ha valenza monetaria, cioè valido e riconosciuto come strumento legale di valorizzazione e di scambio. Ciò significa che la “ricchezza” può essere denominata in euro, e quindi accumulata in depositi il cui valore è garantito dalla solidità reale degli “asset” europei, in prevalenza beni tangibili. Vale la pena ricordare che il terziario (i servizi) non potrebbe creare ricchezza senza una sostanziale base di asset tangibili nell’economia.

Se il ruolo di valorizzazione dell’euro è una realtà non contestata, anzi ben considerata sia all’interno che all’esterno dell’eurozona, è il ruolo di moneta di scambio - soprattutto nei mercati mondiali delle commodities e dei prodotti finanziari collegati - che l’euro non ha potuto costruirsi, perché tale posizione, da quasi un secolo, è monopolisticamente occupata dal dollaro americano. Ciò spiega perché il mercato prevalente in euro è rappresentato da titoli obbligazionari, che fungono da “assicurazione” sui rischi finanziari per chi gestisce il lucrativo mercato dei prodotti finanziari derivati dagli scambi. Quindi l’euro è una moneta prevalentemente “statica”, una sorta di cassaforte alla quale si deve garantire stabilità e certezza del valore. In un certo senso, l’euro rassomiglia a un franco svizzero su scala più grande.

La creazione dell’euro è stata un atto politico-diplomatico - il Trattato di Maastricht entrato in vigore nel 1992 - e la sua esistenza fisica si deve a un atto amministrativo - il più volte richiamato regolamento comunitario 1466/97 -, mentre la sua gestione in quanto documento legale a valenza monetaria è delegata dai governi a un organismo comune indipendente - la Banca centrale europea - che si avvale di poteri e di operazioni di controllo propri e anche in coordinamento con le strutture amministrative comunitarie, cioè la Commissione europea. Quest’ultima vigila sul rispetto nazionale dei trattati europei e quando necessario interviene con richiami o in modo sanzionatorio.

Il dibattito sulla decisione politico-diplomatica si è già concluso, dopo il referendum francese e danese, ratificando per via parlamentare il Trattato di Maastricht. In molte legislazioni nazionali, che sono le uniche a trattare le modalità di abrogazione degli atti politico-diplomatici di un Governo, non è prevista alcuna possibilità di iniziativa popolare per abrogare, in tutto o in parte, tali decisioni già ratificate. L’unica possibilità è il cambio di regime politico e di governo perché i trattati siano denunciati e quindi disattesi con decisione unilaterale rispetto agli altri membri della Comunità internazionale. Scelta politica legittima, ma con costi e rischi conseguenti.