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FINANZA E POLITICA/ Sapelli: i "tre zeri" che aiutano la Germania a frenare l'Italia

Pubblicazione:domenica 16 novembre 2014

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La ragione di ciò è profonda e va oltre l’immediato danno materiale che sottoscrittori di titoli di stato tedeschi subiscono per le manovre della Bce. La ragione profonda la si trova forse non mai così magnificamente esplicitata nel recentissimo libro di Michael Hüther, Die junge Nation. Deutschlands neue Rolle in Europa, pubblicato da Murmann. La tesi è quasi disarmante. Il brillantissimo autore ci ricorda che quella tedesca è una nazione non giovane, ma giovanissima. I tedeschi si sono unificati non nel 1870 dopo aver schiacciato sotto il tallone degli Junker la Francia e aver incoronato il loro Kaiser Guglielmo nella Reggia di Versailles: una violenza inaudita di fronte a uno Stato sconfitto che generò un rancore infinito. No, i tedeschi si sono unificati solo nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino e con l’insediamento di ottanta milioni di anime nel cuore dell’Europa. Ma queste anime sono così giovani e hanno tanto sofferto da non volersi e potersi assumere nessun ruolo in Europa rispetto all’Europa medesima. Possono e debbono pensare solo a se stesse e alla loro giovane nazione.

Del resto era ben questo che erano riusciti a fare quegli ottanta milioni guidati da un capo eccezionale come Kohl che mise in scacco Mitterrand e Andreotti, prima parificando il marco tra Germania Est e Germania Ovest e poi imponendo il marco come modello archetipale al nuovo euro, plasmando lo statuto della Banca centrale non in forma transatlantica (Federal Reserve degli Usa), ma nella forma dell’ordoliberalismo di Eucken e della sua Nationale Ökonomie. Ossia pensando solo a battere l’inflazione perché la crescita di una nazione così giovane e con un’architettura cetuale sarebbe stata automatica.

Ecco il fantasma dei tre zeri! Chi non l’avesse seguita, quella crescita, sarebbe stato perduto. Ma questo non era e non è un problema dei tedeschi. Non gliene cale! Gli inglesi capirono subito che qualcosa non funzionava e quindi aderirono solo all’Unione per non lasciare sola la Francia, secondo una vecchia logica politica diplomatica che affonda le sue radici nel Congresso di Vienna, nel 1815. Tanto per farci capire quanto possa la storia, e quanto diversa sia la saggezza e lo spirito civilizzatore dei popoli: gli inglesi condannarono sì Napoleone a una precoce morte in esilio, ma salvarono la Francia una volta che quel mostro di Bonaparte era stato sconfitto. Ecco una lezione storico-generale tra ciò che è una politica di equilibrio internazionale e una politica, invece, di dominio internazionale. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Adesso per la politica di dominio è giunto il redde rationem, ossia l’ora della verità. È giunta la recessione, che lo squilibrio strutturale tra paesi a dominanza teutonica e paesi a dominanza mediterranea fa preclara. Il problema, però, è che il plesso dei paesi mediterranei o del Sud Europa, a cui disgraziatamente si va sempre più assimilando la gloriosa Francia, non ha una leadership e quindi una cultura politica. Nessun Hüther per la Francia e il Sud Europa: lì si cammina in ordine sparso. Per questo da anni insisto nel dire che la questione della nuova crescita contro la crisi non è economica, ma politica. Ha come organici nemici i risparmiatori, gli investitori, le massaie tedesche e come reali amici in Europa in verità non ha nessuno.

Una prova di ciò? Guardate alla composizione del nuovo governo europeo del signor Juncker. Domina la giovane nazione tedesca e gli altrettanto suoi giovani vassalli, a cominciare dalla Polonia per finire con gli stati baltici. L’Italia e la Francia sono in un angolo, la Spagna e il Portogallo non si può dire che abbiano dei leader in quella Commissione. Del resto basta pensare ai dieci anni di Barroso per capire quanto sia diverso il luogo di nascita dal modello culturale che si adotta, quando si assume una carica che sovranazionale e condivisa dovrebbe esserlo per sua stessa natura.


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