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Economia e Finanza

GEO-FINANZA/ Il segreto di Maastricht che "consegna" l'Europa alla Gerrmania

Il problema dell’euro, come la sua natura, è principalmente di tipo politico. PAOLO RAFFONE ci aiuta a capire che cosa non va veramente nel Trattato di Maastricht

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Sono passati 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, 23 dalla dissoluzione dell’Urss e 21 dalla distruzione per mano delle forze croate del ponte di Mostar in Jugoslavia. Per l’Italia sono passati 22 anni dall’eliminazione per via giudiziaria, come ha recentemente scritto nel suo libro Sergio Berlinguer, di un’intera classe dirigente che aveva portato l’Italia dalle macerie delle guerre al benessere diffuso e democratico. Chi scrive ha l’età per ricordare da giovane adulto quegli anni così drammatici di mutazione strutturale. Né il mantenimento del muro, né la cinica distruzione del ponte, né il rimpianto della Prima repubblica italiana possono trovare un senso oggi, nell’oggi e nel domani, ma nella storia certamente hanno lasciato un segno profondo.

Diversamente da certi giovani nichilisti premiati del potere di governo per la loro spregiudicata (in)capacità, e di numerosi opportunisti anziani, noi non crediamo che “il futuro comincia adesso”. Infatti, benché opinatamente critici, la lettura del presente ci fa concludere che il problema dell’euro, come la sua natura, è principalmente politico. Le declinazioni degli economisti sulla ragionieristica contabilità degli stati, per esempio la ben nota retorica terrorizzante sul rapporto tra deficit e Pil oppure tra debito pubblico e sostenibilità economica, sono assolutamente astratte. Gli stati non falliscono, tranne quando sono distrutti manu militari. Gli esempi non mancano. Come dicevamo, l’euro che esiste deve solo essere stabile e il suo valore certo, così come lo è stato il marco tedesco dopo il 1945.

Nel contesto mondiale di oggi siamo al bordo del tracollo del sistema che da circa un secolo è stato chiamato “americano”. Tra nuove “Guerre molto fredde”, come ha commentato l’ex senatore americano Ron Paul sul libro di Marin Katusa, tra accordi “nucleari” per salvare la faccia (e per bisogno) con l’Iran, con la riapparizione espansiva di stati nei quali s’inverte la secolare separazione e laicizzazione dei poteri civili rispetto a quelli religiosi, con l’inversione dei flussi di ricchezza da Ovest verso Est, e con una situazione ambientale deprecabile, le manieristiche abitudini europee sembrano assolutamente fuori tempo. Eppure, è la ricchezza dell’Europa, che rapacemente ha accumulato negli ultimi quattro secoli, che ne eviterà la distruzione.

Infatti, il progetto politico europeo, certamente quello integrazionista post-guerra e quello unitario post-89, si è concretizzato in una moneta, l’euro, che è un valore rifugio tanto per gli Usa, che l’avevano progettata, ma anche per gli asiatici, gli indiani e gli africani. Ciò che di europeo è stato sconfitto, e si sta smantellando, è l’idea francese funzionalista o istituzionale durata dal 1985 al 1997, con l’epoca del socialista Delors. L’Europa è la sua moneta, che ha valore perché nell’insieme l’accumulazione di ricchezza europea è anche misurabile dalla quantità d’oro depositato, che, cumulativamente anche con Londra, è di un terzo in più degli Usa e più del doppio della Cina. Questo spiega il peso di Londra nelle decisioni europee e nel braccio di ferro con la Germania.


COMMENTI
16/11/2014 - commento (francesco taddei)

perché i padri invece di chiedere più spesa, che pagheremo noi figli (anzi, che stiamo già pagando) non fanno un taglio e ripagano i loro debiti?