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FINANZA/ Le "bacchettate" a Renzi che spiegano la recessione italiana

I dati sull’economia italiana segnalano che il nostro Paese è tra gli ultimi della classe in Europa. GIUSEPPE PENNISI ci aiuta a capire per colpa di quali scelte del Governo

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Non prendiamoci in giro. Ce lo dice a tutto tondo Joel Slemrod, uno dei maggiori economisti americani (Università del Michigan) che ha scritto un libro sui paesi e i governi che “si prendono in giro da soli”. Non piace a nessuno essere l’ultimo della classe, nonostante dagli antipodi e in abbigliamento extra-sportivo, il Presidente del Consiglio dica sorridendo “ce lo aspettavamo”.

Le stime flash dell’Istat, che verosimilmente verranno corroborate quando martedì 18 novembre verranno pubblicate le analisi dettagliate, affermano, in estrema sintesi, che in un’Europa che sta pur faticosamente uscendo dalla recessione Italia e Cipro sono gli unici paesi ad avere registrato nel terzo trimestre 2014 un andamento recessivo. Il calo è stato “soltanto” dello 0,1% - dello 0,4% tendenziale sul 2013. In effetti, siamo tornati al Pil del 2000, dopo 13 trimestri di recessione consecutiva.

Lo dimostra a chi se lo aspettava, lo “spread” sociale che sta infiammando le periferie e che, per molti aspetti, è molto più insidioso di quello finanziario nell’estate-autunno 2011 perché non si cura con un cambio di Governo e lascia ferite durature nel corpo della società. Futile dire: noi siamo arrivati da nove mesi e presto le nostre cure avranno i loro effetti. Ci vorrebbe un umile esame di coscienza su questi punti:

Avere dato la priorità a riforme istituzionali (che rallentano sempre il ciclo economico), invece di rispondere al vero e proprio grido di dolore da tutti i settori dell’economia dalle grandi imprese in difficoltà alle piccole spesso in chiusura senza neanche il tempo per l’olio santo, dai giovani alla ricerca di un impiego, dai cinquantenni che perdevano il lavoro, dalle famiglie che non riuscivano a soddisfare le esigenze essenziali.

Essersi illusi che una flessibilità europea sarebbe stata, se concessa, la chiave di soluzione. Paul Samuelson - di cui spero a Palazzo Chigi si conosca almeno il nome e il Nobel - nella premessa del suo libro più venduto, 30 milioni di copie (Economics: an introductory analysis) pone una battuta del Julius Caesar di Shakespeare: Il futuro non è nelle nostre stelle ma in noi stessi. Tanto più che mentre limitavamo all’investimento le nostre richieste di flessibilità, giungevano a Bruxelles dati scoraggianti che ci auguriamo siano noti anche a Palazzo Chigi. Da un lato, in sette anni di recessione, le imprese (grandi e piccole) hanno tentato di sopravvivere e non hanno, quindi, fatto piani di ammodernamento o di espansione, come dimostrato dall’asta Tltro della Banca centrale europea. Da un altro, le pubbliche amministrazioni (grandi e piccole) non hanno una platea di progetti infrastrutturali: l’apposito fondo per la progettazione del ministero dell’Economia e delle Finanze non ha “clienti” da anni.