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BANCHE/ I test che aiutano la finanza (ai danni dell'economia)

Pubblicazione:domenica 2 novembre 2014

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Una terza considerazione riguarda l’impianto generale sia della valutazione della qualità degli attivi, sia dell’impatto di scenari avversi, che, alla luce dei risultati, appare quanto meno “incompleto” o, meglio, da rivedere. Detto impianto è più incentrato sulla valutazione dei portafogli di prestiti e, ci pare, meno rivolto alla valutazione degli investimenti finanziari: per intenderci, gli investimenti in titoli non di Stato, fra i quali vanno compresi i derivati. Questo impianto, se da un lato ha il pregio di avere favorito un’omogeneizzazione dei criteri per la valutazione dei prestiti, dall’altro, per le oggettive difficoltà dell’omogeneizzazione dei criteri di valutazione di attività finanziarie per loro natura “opache”, finisce per penalizzare (per eccesso di rigore) le strutture patrimoniali delle banche che fanno maggiormente il loro vero mestiere che è quello della concessione dei prestiti!

Detto in altri termini, le banche che sostengono l’economia coi prestiti sono penalizzate rispetto alle banche che fanno principalmente finanza. Il semplice confronto fra le composizioni dei portafogli della banche fa capire la differente esposizione al peggioramento della congiuntura: per le banche italiane su 100 euro di impieghi 56 sono prestiti contro 30 delle banche tedesche, 36 di quelle francesi e 44 di quelle britanniche; i derivati invece sono, rispettivamente circa 6 per le italiane, 27 per le tedesche e 16 per le francesi. Il peggioramento della congiuntura, così come ipotizzato (per l’Italia una recessione che dura 5 anni e una contrazione del Pil di 12 punti), si riflette esclusivamente sulla qualità dei prestiti e dunque tende ad accrescere il fabbisogno di capitale proprio. Senza contare poi che i titoli cosiddetti “tossici”, quelli per i quali è impossibile misurare il rischio e che non hanno valore di mercato, ammontano al 48% del patrimonio tangibile in Germania e al 27% in Francia, contro il 16% in Italia.

Risultato: fare prestiti richiede più capitale rispetto a fare finanza; fare prestito in Italia risulta ancora più costoso (in termini di capitale) perché bisogna scontare anche il “rischio Paese”. Tutto da rifare dunque? Certamente no, è solo che non bisogna fermarsi a valutazioni superficiali. Nel nostro caso, a fronte di situazioni già note e che sono in una fase di attenta ristrutturazione, vi sono importanti conferme (Banca Intesa, Unicredit e Ubi) e la certezza di trovarsi di fronte a un sistema bancario che nella sua stragrande maggioranza non soltanto è solido, ma che ha fatto, anche grazie a questo processo di valutazione, una cura intensiva di aggiustamenti e affinamenti (sia sotto il profilo delle gestione che sotto quello della governance), dalla quale emerge sempre più chiaramente come non contino tanto le dimensioni ma assai di più le competenze; non conta una capillare articolazione territoriale ma una più razionale distribuzione con canali adeguati; non conta aumentare di continuo gli aggregati di bilancio ma saper misurare i rischi e non cedere alla tentazione di scaricarli sulla clientela, soprattutto quella debole, come pure è capitato! Non conta tanto garantirsi con cespiti di qualsivoglia natura quanto saper valutare la bontà delle singole iniziative imprenditoriali.

Insomma, una cura intensiva che ci ha fatto maturare; dunque ben vengano questi esami, anche a costo di confronti ingenerosi e talvolta distorti, ma proprio per questo perfettibili, che comunque ci avvicinano a una nuova stagione, quella dell’Unione bancaria, che speriamo sia la premessa di un ulteriore, importante avanzamento verso un mercato veramente unico.



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