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BANCHE/ I test che aiutano la finanza (ai danni dell'economia)

Pubblicazione:domenica 2 novembre 2014

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In questi giorni si sono ascoltati e letti molti commenti sugli stress test e posso quindi dare per scontati molti aspetti che riguardano le valutazioni generali e sulle nostre banche. Voglio qui riportare alcune riflessioni “a freddo”, maturate anche in seguito alle molte cose che si sono, appunto, dette o scritte.

Una prima considerazione riguarda la sorpresa di avere trovato una nostra banca (la più antica del mondo, fra l’altro, ovvero il Monte dei Paschi) in cima all’elenco dei cattivi e con una carenza di capitale piuttosto consistente. Francamente mi sarei aspettato una maggiore tutela della nostra reputazione da parte dei nostri rappresentanti in seno ai vari organismi che sono stati coinvolti nel comprehensive assessment: Commissione europea, Bce, Eba, ecc. Si badi, non intendo invocare una qualsivoglia benevolenza! Soltanto accertarsi che anche nei confronti di quella banca fossero adottati gli accorgimenti che si sono adottati per casi analoghi, di banche cioè che avevano già avviato, col consenso della Commissione europea, procedimenti di ristrutturazione finanziaria; da quel che si legge, la Commerzbank, la seconda banca tedesca per dimensione, avendo avviato il processo di ristrutturazione entro la fine del 2013, ha potuto godere del beneficio di un’analisi dei bilanci condotta secondo principi non statici ma dinamici, dunque più morbidi; e non è l’unico caso. È lecito attendersi che se si fosse adottato lo stesso criterio nel caso del Monte dei Paschi il giudizio finale sarebbe stato certamente meno severo!

Una seconda considerazione riguarda gli aiuti di Stato o di sistema (organismi sovranazionali), quegli interventi cioè che hanno consentito in tutti i paesi, a partire da quelli “virtuosi”, di salvaguardare la stabilità delle banche maggiormente compromesse dalla crisi finanziaria globale. In tutti i paesi europei sono state utilizzate risorse pubbliche molto consistenti per evitare il fallimento e sostenere il capitale delle banche (dai 247 miliardi della Germania ai 136 del Regno Unito, solo per ricordare i più rilevanti, fino a giungere ai 48 dell’Irlanda, che però rappresentano il 40% del Pil di quel Paese!); ebbene, in Italia, gli interventi pubblici (o di sistema) in favore delle banche in crisi, sono stati praticamente nulli (4 miliardi circa, per giunta quasi totalmente restituiti, lo 0,2% del Pil) e gli sforzi che si sono comunque realizzati per irrobustire il sistema bancario sono stati sostenuti esclusivamente dal mercato. Perché non tenerne conto nell’esame appena concluso?

Se soltanto il nostro bilancio pubblico lo avesse consentito, anche per noi ci sarebbe stata la possibilità di passare indenni dalle forche della Bce! In questo senso si può dire che le bocciature (shortfall di capitale), non solo in seguito allo stress test (Monte dei Paschi e Carige) ma anche dopo l’esame della qualità degli attivi (altre 7 banche italiane, fra le quali le maggiori popolari a eccezione di Ubi), sono il riflesso anche e soprattutto del difficile momento che sta vivendo il Paese, sia per quel che riguarda la finanza pubblica, sia per quel che riguarda la situazione finanziaria dei debitori (imprese e famiglie), dopo tre anni di recessione.

Per completezza, fra gli aiuti di Stato bisogna anche considerare la “forza di esclusione”: la Germania ha ottenuto di tenere fuori dagli esami della Bce le banche regionali sulle quali si concentrano grossi sospetti di shortfall. Evidentemente, c’è chi può!


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