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SPY FINANZA/ Ecco i numeri che spaventano Ue e Italia

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Restano alcune rilevanze: primo, i 3,7 triliardi di acquisti obbligazionari compiuti dalla Fed non hanno fatto alzare le ratio di debito, anzi le hanno a volte abbassate. I dati “Flow of Funds” mostrano infatti che il debito totale non finanziario è sceso dal picco del 260% del Pil del 2009 al 237%, percentuale su cui si è stabilizzato, mentre il debito pubblico è cresciuto ma contestualmente a un calo delle ratio di debito sia privato che corporate. Secondo, il debito federale Usa ora sta scendendo, con il deficit al 2,8% del Pil, livello basso a sufficienza per sfruttare l’effetto del denominatore. Terzo, ovviamente quando parliamo di Qe non ci riferiamo a un puro esperimento economico, visto che altre variabili - come il boom dello shale gas, la rinascita dell’industria della plastica e della chimica e la capacità delle autorità di intervenire in tempo sul sistema bancario - hanno pesato sui risultati che gli Usa oggi possono vantare rispetto all’eurozona e ai Paesi emergenti. Quarto, per contrasto proprio l’eurozona, la quale ha portato avanti una politica di austerity fiscale senza politiche di stimolo, si ritrova in pieno rischio di una terza recessione, oltretutto con le ratio di debito che sono cresciute a dismisura (vedi l’Italia e il suo 133,8% di ratio, una crescita annuale pari al 5,5% del Pil, nonostante l’avanzo primario) senza un calo del debito privato - come invece registrato negli Usa - che vada a compensare il dato negativo. Quinto, l’eurozona ha l’11,5% di disoccupazione, gli Usa non arrivano al 7%.

Direte voi, folgorato sulla via del Qe? No, semplicemente mi pongo delle domande, ovvero quale danno sia peggiore a fronte di un rischio recessivo che questa volta ci massacrerebbe, Italia in testa, condannandoci senza appello a una “lost decade” di stampo giapponese. E a poco a poco sembrano finalmente capirlo tutti se ieri, udite udite, il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, ha dichiarato che «l’area dell’euro è sull’orlo della deflazione», ricordando come a ottobre i prezzi al consumo fossero in media più alti solo dello 0,4% rispetto al livello dello scorso anno. Alla faccia dell’orlo della deflazione, visto che solo 2 paesi su 18 hanno un tasso d’inflazione superiore all’1%. E ancora, per Rossi questi andamenti dei prezzi erano in parte inattesi: «Non li ha determinati solo la componente più volatile, energetica e alimentare, ma in larga misura la debolezza della domanda. Essi rischiano di disancorare le aspettative di inflazione a lungo termine». In effetti, già oggi le aspettative a 1 e 2 anni, misurate attraverso i contratti swap, sono sotto l’1% e tornano vicine al 2% ben oltre il 2020, mentre le aspettative a 5 e 10 anni sono di un’inflazione meno bassa, ma comunque inferiore al 2%. Quanti mesi fa vi ho detto che eravamo in deflazione, prendendomi del catastrofista?

Ricordate poi il dato sul deterioramento della qualità del credito con cui ho cominciato questo articolo: o quei bilanci si ripuliscono in maniera netta oppure prima o poi presenteranno il conto e non soltanto a livello di mancata riattivazione della dinamica di trasmissione del credito verso imprese e famiglie, comunque dinamo necessaria per generare crescita, al netto degli 80 euro del governo. Mi spiace dirlo, ma al punto in cui siamo arrivati, quei bilanci si può ripulirli in un modo solo: la Bce decida cosa fare. Ma in fretta. 

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