BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA E POLITICA/ Dal Giappone l'allarme sul "virus" che può mettere in ginocchio l'Italia

Pubblicazione:domenica 23 novembre 2014

Infophoto Infophoto

L’economia è una scienza sociale. Dietro (e oltre) ai numeri ci sono sempre quindi comportamenti, scelte e aspettative. Basti un esempio su tutti: la banconota o la moneta che avete nel portafoglio; se non ci fosse la fiducia sarebbero quello che poi effettivamente sono: pezzi di carta o di metallo. Bisogna quindi fare attenzione a “maneggiare” i numeri (come certi “freddi” professori bocconiani fanno) - e pure a mescolare l’economia con l’ingegneria (come avviene in alcuni politecnici).

Questa premessa per parlare dell’Italia, o meglio del Giappone, visto che spesso i due paesi vengono accostati e accomunati. Ma quali sono i veri punti di contatto tra il Bel Paese e il Paese del Sol Levante, negli ultimi giorni al centro delle attenzioni per l’inaspettato calo del Pil nel terzo trimestre, che vuol dire recessione tecnica nonostante la “moneta stampata” dalla Bank of Japan?

A guardare i numeri, balza all’occhio il debito/Pil nipponico oltre il 230%, ben superiore quindi al 140% italiano. Secondo i “freddi” professori bocconiani, nell’arcipelago asiatico si dovrebbe quindi star peggio che nella penisola mediterranea. Tuttavia, il tasso di disoccupazione nipponico a fine 2013 era al 4% e nel primo trimestre dell’anno è sceso al 3,6%. Negli ultimi anni ha raggiunto un picco massimo del 5,4% nel 2002. Sappiamo bene che la realtà italiana è molto diversa (come minimo l’Italia ha raggiunto il 6,7% nel 2007 e ora viaggia sopra il 12%), specie se consideriamo anche il tasso di occupazione (72,4% in Giappone, 55,6% in Italia), in particolare tra i più giovani (nella classe di età 15-24 anni: 15,1% in Italia, 40,3% in Giappone).

Dietro a questi numeri c’è una spiegazione “comportamentale”. Da tempo il Giappone mira alla piena occupazione (tanto cara a Keynes) e capita così che ci siano dei lavori che altrove sarebbero considerati “inutili” (come gli addetti all’imbustamento dei prodotti alle casse dei supermercati o persone che davanti alle scale mobili hanno il compito di ricordare di prestare attenzione al gradino). Certo, qualcuno potrebbe far notare che in Italia ci sono ugualmente posti di lavoro “inutili”, in particolare nel settore pubblico e più per logiche elettorali che keynesiane. Se si fosse d’accordo (e in taluni casi è difficile non esserlo) bisogna però riconoscere che i “lavori inutili” in Italia sono a carico dello Stato e spesso non hanno nemmeno la funzione di agevolare il riempimento dei sacchetti al supermercato o di evitare cadute. In ogni caso, sia in Italia che in Giappone, si tratta di occupazioni che rispondono a scelte politiche e sociali.

Meglio trasferirsi in Giappone allora? Non se volete pagare meno tasse dirette: le aliquote massime su imprese e persone sono infatti più alte che in Italia. Anche se le imposte sui consumi sono decisamente più convenienti: l’Iva nel Paese del Sol Levante è stata introdotta solo nel 1989 ed è stata recentemente innalzata all’8% (e molti analisti dicono che sia stato questo aumento a portare il Pil in negativo).


  PAG. SUCC. >