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SPY FINANZA/ Il risiko dell'oro che pone una domanda sull'Italia

Pubblicazione:lunedì 24 novembre 2014

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Lo scorso anno il Belgio aveva un deficit pari all’1,7% del Pil, nonostante consumi piatti e una drastica contrazione del 10,3% negli investimenti pubblici: inoltre, ha totalmente bloccato le sue spese militari, addirittura smantellando in parte il parco di vecchi carrarmati, aerei da guerra e ricognizione ed equipaggiamento per le comunicazioni. Per il Fondo monetario internazionale, il costo del lavoro in Belgio è salito più in fretta che in Francia, Germania od Olanda dal 2005 a oggi, anche causa di un gap di innovazione e ricerca, con il numero di nuovi brevetti in calo dalla fine degli anni Novanta a oggi, senza alcuna eccezione in tutto questo arco temporale: di più, la tassazione sul lavoro è del 42%, il costo dell’energia è molto più alto che in Germania o Francia e l’età pensionabile è molto bassa, mediamente 59 anni. Certo, restano ancora margini di difesa, visto che il Tesoro belga ha già allungato la scadenza media del suo debito a 7,7 anni dai 6 anni del 2010, creando un cuscinetto di sicurezza, il governo ha spinto i cittadini al risparmio privato e la posizione di investimento internazionale (Niip) è sopra il 30% del Pil.

Nonostante questo, però, il deficit di budget quest’anno sforerà l’obiettivo concordato con l’Europa dello 0,6%, arrivando al 3% secco e senza più avanzo primario: insomma, il rischio è che la ricchezza passata del Paese finisca, innescando una lenta crisi del debito che potrebbe però vedere la ratio raggiungere un punto di non ritorno. Uno scenario giapponese, insomma, senza però una banca centrale che possa mitigare gli effetti di questa crisi.

C’è poi l’Olanda, da dove arriva un segnale decisamente inquietante anche per l’Italia, visto che tratta una tematica sensibilissima: le riserve auree, sempre più fondamentali per molti paesi per cercare di stabilizzare in anticipo crisi future - vedi gli acquisto con il badile di Russia e Svizzera -, per evitare di trovarsi senza più oro fisico a causa degli assalti dell’oro di carta dei futures e per porre le basi a una moneta sovrana in caso di rottura dell’euro, garantendo così alla nuova divisa una sorta di parità aurea (gold standard) per tranquillizzare mercati e investitori.

Partiamo però da un altro dato, ovvero quello giunto due settimane fa dalla Germania, in base al quale la Bundesbank avrebbe bloccato il proprio piano di rimpatrio dell’oro detenuto alla Fed di New York, dopo aver ricevuto indietro solo 5 tonnellate sul totale richiesto nel 2013, a causa dell’incapacità materiale della Bundesbank di organizzare trasporti su larga scala. A molti, me compreso, è sembrata una scusa poco credibile e anche un po’ patetica, visto che all’inizio degli anni Duemila la stessa Buba riuscì a rimpatriare 930 tonnellate d’oro stoccate presso la Bank of England: insomma, a pensare male le uniche due ragioni per questo dietrofront possono essere o la sparizione di quell’oro nel gorgo repo dei contratti futures e del casinò dei derivati oppure pressioni politiche di Washington su una Berlino non più in forma economica smagliante.


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