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SPY FINANZA/ Il risiko dell'oro che pone una domanda sull'Italia

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Nonostante questo, però, la quantità d’oro detenuta presso i caveau della Fed di New York è continuata a calare per tutto il 2014: chi ha ritirato il suo oro, visto il ripensamento tedesco? L’Olanda. Venerdì scorso, con un comunicato che ha lasciato tutti a bocca aperta, la Banca centrale olandese ha reso nota la decisione di rimpatriare dagli Usa qualcosa come 122,5 tonnellate d’oro (controvalore di circa 4 miliardi di euro), motivandola con queste parole di un suo funzionario al quotidiano Telegraaf: «Non è più saggio tenere metà del nostro oro in una parte del mondo, forse questa era un’opzione desiderabile durante la Guerra Fredda ma non più ora».

E il cambio di strategia non è da poco, come ci mostra il grafico a fondo pagina: prima della decisione, l’oro olandese era detenuto all’11% in patria, al 51% negli Stati Uniti e il rimanente rispettivamente in Canada (20%) e Regno Unito (18%). In base alla nuova politica, il 31% dell’oro resterà ad Amsterdam, un altro 31% a New York, mentre le detenzioni canadesi e britanniche resteranno identiche a prima.

Sfiducia nella Fed, quindi? Per la Banca centrale olandese, «con questo aggiustamento ci uniformiamo ad altre banche e alla loro decisione di detenere percentuali più ampie di riserve auree in patria... anche perché questo potrebbe inoltre contribuire a una positiva risposta di fiducia da parte dei cittadini». E qui, mi sorgono due domande: qual è la vera ragione del dietrofront tedesco? Secondo e per me più importante, dove sono le nostre riserve auree? Se infatti gli Stati Uniti sono la prima riserva aurea mondiale con 8.133,5 tonnellate di oro, la Germania la seconda con 3.387,1 tonnellate, la terza il Fondo monetario internazionale con 2.814 tonnellate, al quarto posto si trova proprio l’Italia con 2.451,8 tonnellate, seguita dalla Francia al quinto posto con poche tonnellate in meno, mentre la Bce è al 13° posto con “solo” 502,1 tonnellate.

La quantità di riserve auree della Banca d’Italia è confermata da un rapporto ufficiale di Palazzo Koch nel quale viene ufficializzata la quota di 2.452 tonnellate per un valore complessivo a fine 2013, al prezzo di 871,22 euro per oncia, di 69 miliardi di euro. Peccato che la stessa Bankitalia ammetta che solo circa la metà di quell’oro, 1.199,4 tonnellate, sia stipata a Roma ma non chiarisca dove sia stoccate le altre: dove sono? Fed di New York? Londra? Svizzera? Quelle riserve sono ben più di un tesoretto, in tempi di crisi e di manovre lacrime e sangue, eppure non sappiamo nemmeno dove siano: russi, cinesi, indiani e svizzeri stanno comprando oro con il badile attraverso le loro banche centrali, quindi acquirenti a buon prezzo - destinato a salire sideralmente a detta di qualcuno a causa delle crisi geopolitiche che stanno per scoppiare e alla seconda ondata di terremoto finanziario, tanto si azzarda il record di quota 5000 dollari l’oncia entro fine 2015 - ce ne sarebbero, se si volesse monetizzare un po’ per far ripartire il Paese e la sua economia. Ma noi non sappiamo nemmeno dove sono oltre la metà delle nostre riserve: e, soprattutto, se ci sono ancora.

Io ho un grosso timore: ovvero, che gran parte di quell’oro sia stato ceduto come garanzia alla Fed perché il primo salasso legato alla scadenza del mega-derivato contratto da Ciampi-Draghi per entrare in Europa stia andando a scadenza. O, forse, è già passato come passa un bonifico in banca: il Paese ha evitato il default ma ha ceduto il suo oro a garanzia di pagamento, poche settimane fa. Da cittadino-contribuente mi piacerebbe saperlo, però.

 



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