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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Oro, "l'asso" di Putin nella guerra petrolifera

Vladimir Putin (Infophoto)Vladimir Putin (Infophoto)

Il calo della domanda globale e il boom dello shale gas Usa hanno molto indebolito la posizione del petrolio, il quale a fronte di offerta abbondante paga con il ribasso dei prezzi le dinamiche macro: per questo, in molti ritengono che un taglio di 500mila barili al giorno non sarà sufficiente a calmare i mercati. Addirittura c’è chi come Doug King della Rcma Capital vede il prezzo del barile a quota 70 dollari in tempi brevi anche se si arrivasse a un taglio di 1 milioni di barili al giorno: «Con queste dinamiche, mi attendo prezzi ancora più bassi nella prima metà del 2015. Se poi non si arrivasse a un accordo sul taglio delle forniture, area 60 dollari è più che probabile». C’è invece chi pensa a un rapido ritorno in area 85 dollari se da Vienna arrivasse la decisione di tagliare 1 milione di barile o anche più, visto che le festività del Ringraziamento della prossima settimana faranno in modo di far mancare la liquidità dal mercato Usa e questo potrebbe accelerare una corsa al rialzo del prezzo.

Il problema, però, è politico: quella in atto è una guerra petrolifera per ragioni geostrategiche che vede da un lato Usa e Arabia Saudita e dall’altro Russia e Iran, con Riyad capace di gestire i livelli di prezzo attuale e quindi ben contenta di vedere quale sia il punto di rottura per la produzione Usa. Insomma, i sauditi hanno il tempo dalla loro parte, anche se stiamo parlando di mesi e non di anni e se il prezzo dovesse scendere sotto i 70 dollari il punto di break even farebbe scendere quei mesi a settimane. Accelerando, di fatto, una possibile reazione russa, visto che a Mosca hanno la quasi certezza che le sanzioni dureranno almeno fino al 2017 e la fuga di capitali sta rivelandosi maggiore di quanto preventivato, si calcola 128 miliardi di dollari entro fine anno, tanto che la Banca centrale ha tagliato a zero le stime di crescita per i prossimi due anni e messo in guardia da un rischio recessivo entro la fine di questa decade.

E, interpellato da ilsussidiario.net con la condizione dell’anonimato, un trader operante a Londra ha detto di temere sul breve una reazione muscolare, quasi un avvertimento, di Mosca: «La Russia può combattere duramente questa battaglia. Certo, possiamo discutere del fatto che le sue riserve siano più o meno sufficienti a resistere, ma ti dico chiaramente che sono abbastanza grandi da distruggere la tua posizione di trader da un giorno con l’altro se lo vogliono. Non stiamo parlando di Nigeria o Ghana ma della Russia». E la tentazione Vladimir Putin potrebbe averla, visto che anche l’export non petrolifero russo è calato dal 21% all’8% del Pil dal 2000 a oggi e che la crisi petrolifera potrebbe esacerbarsi dopo il meeting Opec di dopodomani, come ricordato prima.


COMMENTI
27/11/2014 - Altre regole (Moeller Martin)

Secondo il mio parere l'analisi è troppo legata ai nostri schemi sociali/finanziari di ispirazione USA. La Russia di Putin non è una democrazia in senso occidentale e la sua non è una vera ecconomia di mercato. Per contro hanno un valore strategico sia militare che ecconomico tale da trovare sempre partners con cui fare affari, Europa in testa. Riguardo poi al crollo del prezzo del petrolio, tocca molti paesi produttori, ma proprio l'URSS (pardon Russia) ha il peso per porre fine all'attuale sistema di libera quotazione sul mercato nell'odiato US$. Non avrebbero nessun problema a piazzare le loro forniture sotto forma di contratti stabili a prezzi ponderati e concordati, seguiti per altro su questa strada dalla maggior parte dei paesi produttori di petrolio. Le sanzioni infine sono unilaterali e senza l'egida ONU. Quindi sono facili da aggirare con una banale triangolazione di paese 'amico' come la Bielorussia. Possiamo essere certi che se ora queste operazioni oggi sono ancora limitate a pochi casi di grande rilevanza, presto diventeranno un fiume in piena. Sono troppi gli interessi in ballo. O pensate davvero che società come l'Eni o la Total si lasciano portare via i vantaggi acquisiti nelle trivellazioni in Russia dagli USA!