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SPY FINANZA/ Oro, "l'asso" di Putin nella guerra petrolifera

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

Da giugno il petrolio degli Urali è sceso da 115 dollari al barile a 83 dollari e molti analisti pensano che la caduta del prezzo potrebbe innescare anche un calo dei prezzi del gas verso i paesi dell’Ue del 22% il prossimo anno, a causa del collegamenti dei contratti di Gazprom, un qualcosa che eroderebbe ancora di più le voci di introito da export. Stando a calcoli di Renaissance Capital, i costi marginali per i nuovi progetti petroliferi in Russia sono attorno ai 90 dollari, mettendo però in guardia dal fatto che Mosca potrebbe perdere un output di 350mila barili al giorno il prossimo anno se la logica economica prevarrà. Di più, la Banca centrale ha posto in essere un previsione ottimistica di prezzo medio al barile per il prossimo anno attorno ai 95 dollari ma questo appare a rischio, sia per la minore richiesta dal comparto industriale cinese, sia dalla rinnovata offerta da paesi come Libia, Iraq e forse presto anche l’Iran, tanto che Deutsche Bank ha calcolato come il break-even fiscale per la Russia sia attorno ai 100 dollari al barile se si vuole bilanciare il budget governativo e pagare i costi della corsa al riarmo voluta da Vladimir Putin.

Il quale, come vi ho detto prima, ritiene che riserve monetarie e auree siano sufficienti a tamponare uno shock al ribasso del prezzo del petrolio ma deve comunque fare i conti con la realtà: a dicembre le riserve russe toccheranno quota 422 miliardi, 35 miliardi meno di quanto stimato e questo a fronte del rischio di dover intervenire per aiutare le aziende e le banche del Paese, le quali affrontano uno stock di debito estero pari a 731 miliardi di dollari, quasi tutto denominato appunto in biglietti verdi. Solo nei prossimi mesi dovranno fare roll-over su 162 miliardi, il tutto in un clima che vede i mercati di capitale per il finanziamento completamente chiusi per le aziende del Paese.

 

(1- continua)

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COMMENTI
27/11/2014 - Altre regole (Moeller Martin)

Secondo il mio parere l'analisi è troppo legata ai nostri schemi sociali/finanziari di ispirazione USA. La Russia di Putin non è una democrazia in senso occidentale e la sua non è una vera ecconomia di mercato. Per contro hanno un valore strategico sia militare che ecconomico tale da trovare sempre partners con cui fare affari, Europa in testa. Riguardo poi al crollo del prezzo del petrolio, tocca molti paesi produttori, ma proprio l'URSS (pardon Russia) ha il peso per porre fine all'attuale sistema di libera quotazione sul mercato nell'odiato US$. Non avrebbero nessun problema a piazzare le loro forniture sotto forma di contratti stabili a prezzi ponderati e concordati, seguiti per altro su questa strada dalla maggior parte dei paesi produttori di petrolio. Le sanzioni infine sono unilaterali e senza l'egida ONU. Quindi sono facili da aggirare con una banale triangolazione di paese 'amico' come la Bielorussia. Possiamo essere certi che se ora queste operazioni oggi sono ancora limitate a pochi casi di grande rilevanza, presto diventeranno un fiume in piena. Sono troppi gli interessi in ballo. O pensate davvero che società come l'Eni o la Total si lasciano portare via i vantaggi acquisiti nelle trivellazioni in Russia dagli USA!