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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "mega-subprime" che mette a rischio l'Europa

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Di più, dei 21 miliardi 8 verranno sottratti ai fondi europei stanziati per ricerca e sviluppo, davvero dei geni. Vediamo poi le finalità del piano: «Seminare investimenti in infrastrutture e condividere il rischio dei nuovi progetti con investitori privati». Ma ne abbiamo davvero bisogno? Nelle ultime due decadi i paesi europei non solo si sono ricoperti di debito come non ci fosse un domani ma sono anche stati inondati di autostrade, strade, porti e qualsiasi voglia altra infrastruttura garantita da fondi europei e da investimenti a deficit dei governi nazionali: vale per tutti, Spagna, Italia, Germania con le sue autobahn, Francia con la sua alta velocità, persino i canali olandesi hanno subito maquillage enormi con il finanziamento di Bruxelles (che poi in Italia i lavori inizino e non finiscano o fondi non vengano utilizzati è un altro paio di maniche, se ci sono scansafatiche e ladri non sarà il piano Juncker a folgorarli sulla via di Damasco dell’onestà e della produttività per miracolo). Perché quindi altre infrastrutture inutili? E poi, smentiamo anche un’altra baggianata storica, ovvero che in Europa c’è sottoinvestimento nella capacità di produzione dei privati, ovvero c’è troppo investimento pubblico e poco privato. Balle. Da metà degli anni Novanta in poi abbiamo assistito a uno tsunami di denaro privato per prestiti e investimento, visto che per esempio dal 1996 al 2011 i prestiti delle banche europee al settore privato sono circa triplicati, salendo da un tasso capitalizzato degli interessi del 7% e passando dal 55% al 95% del Pil nell’arco di quegli anni, questo senza contare i miliardi ulteriori in dollari ed euro racimolati sul mercato obbligazionario corporate da aziende operanti nell’Ue.

Insomma, siamo di fronte all’ennesimo tentativo di finanziarizzazione a guida statale, esattamente ciò che non serve per un continente bloccato in deflazione, crescita zero, costo del lavoro troppo alto, disoccupazione cronica e scollamento delle dinamiche di trasmissione del credito tra Nord e Sud. Inoltre, i tempi per la presentazione e il vaglio dei vari progetti richiederà mesi e non ci sarà alcun tipo di stimolo reale per l’economia almeno fino alla seconda metà del 2016, con uno scudo a difesa degli investitori e i contribuenti europei a rischio di perdite visto che parliamo di uno schema che, ricordo, è basato su una leva di 15 volte, ovvero ogni euro (di garanzie) messo sul tavolo dall’Ue dovrebbe tramutarsi in 15 euro di denaro cercato e ottenuto sui mercati, in questo momento storico poi.

E non lo dice Mauro Bottarelli che non è nessuno, ma lo ha denunciato forte e chiaro il professor Charles Wyplosz dell’Università di Ginevra, a detta del quale «quel denaro di fatto non c’è, quindi non darà nessuno stimolo o ripartenza alla crescita, questa cosa ha dell’incredibile, stanno facendo il contrario di quanto servirebbe, ovvero una reale espansione fiscale. Il settore privato, in questo modello, porterà i governi alla bancarotta. Questa è soltanto una scusa, un gioco di specchi per mostrare che stanno agendo, stanno facendo qualcosa, mentre la realtà è che l’austerity è ancora in vigore, è la norma e regola. Inoltre, al di là di queste valutazioni, un piano del genere richiede troppo tempo per poter funzionare e ci saranno risse da bar tra gli Stati per potersi accaparrare una fetta della torta».

Il piano, che ha ottenuto il via libera dal collegio dei Commissari martedì a Strasburgo, si chiamerà European fund for strategic investment (Efsi) e di fatto nessuno ne conosce il funzionamento reale, visto che l’aumento a leva per raggiungere i 315 miliardi sbandierati sarà ottenuto attraverso venture capitale e fondi privati non si sa in che modo, se non attraverso una complessa e poco trasparente chimica di interventi e coperture. Oltretutto, prima di diventare operativo dovrà ottenere il via libera dei leader europei il prossimo anno e dotarsi di una legislazione statutaria che ancora non ha, quindi altro tempo perso mentre le aziende chiudono e il tasso di disoccupazione rasenta livelli da pelle d’oca: già oggi i vari governi hanno inviato 1800 progetti da vagliare a Bruxelles, dove verranno radiografati da un panel di esperti indipendenti che non seguiranno logiche pro-quota nazionale (ma magari quella del lobbysmo del Paese o del funzionario che paga meglio, sì).