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SPY FINANZA/ Il "mega-subprime" che mette a rischio l'Europa

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In compenso c’è qualcosa di chiaro, ovvero il livello di alto rischio insito in questi progetti proprio a causa dell’operatività sulla leva, visto che nel programma non è stato contemplato l’utilizzo dello European investment fund, forse perché troppo geloso del suo rating AAA per immischiarsi in avventure stile schema Ponzi che potrebbero metterlo a rischio: già, perché così operando sul tavolo della partita di poker ci finiscono i soldi dei contribuenti europei, non dei privati. Inoltre, nonostante sia costretto a finanziare il progetto, il capo della Banca europea per gli investimenti in persona, Werner Hoyer, ha già detto di non aspettarsi troppo e sta operando per calmare quelle che ha definito, parlando con il Daily Telegraph, «aspettative troppo esuberanti».

Come poi ci ha insegnato la storia della finanza strutturata nel periodo di boom prima che a fare boom fosse Lehman Brothers, saranno i vari corpi dell’Ue - quindi i governi - a soffrire per la prima perdita in caso di default di qualsiasi progetto finanziato, un qualcosa che ricorda molto da vicino l’epopea della “Tigre celtica”, quando Dublino era diventato l’hub europeo per gli “Special investment vehicles” (SIVs): sappiamo tutti come sia andata finire, visto che in tempi non sospetti molti critici definivano questa concentrazione di rischio «socializzazione delle perdite e privatizzazione del guadagno», un po’ la logica della Fiat con la cassa integrazione.

Non a caso a limitare la portata del piano, di fatto rendendolo un rischioso buco nell’acqua prima di iniziare, ci hanno pensato i tedeschi in seno alla Commissione e nei vari apparati dell’Ue, tanto che sia la Germania che la Gran Bretagna hanno già detto di non credere nel piano e che quindi non garantiranno nemmeno un centesimo per gli investimenti. Per Markus Faber, portavoce della Csu bavarese, il piano nasce fuorviato e fuorviante: «L’idea stessa di una possibile loss-liability, ovvero la possibilità di perdite, non significa altro se non che gli Stati membri dell’Ue si caricheranno di nuovo debito». E anche in francesi proprio non saltano dall’entusiasmo, visto che il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, ha detto chiaro e tondo che per funzionare «lo schema deve prevedere almeno tra i 60 e gli 80 miliardi di euro di denaro fresco, altrimenti non avrà alcuna forza di trazione», tanto che Parigi aveva proposto di prendere questi soldi dal fondo salva-Stati Esm ma ovviamente è arrivato il “nein” di Berlino che vede in ogni tipo di operazione simile i prodromi dell’unione fiscale e degli eurobond.

D’altronde, con un cap di spesa dell’Ue bloccato al massimo di 140 miliardi l’anno fino al 2020, opera di Germania, Gran Bretagna e altri Stati nordici, Juncker non poteva che essere forzatamente spinto a cercare risorse nella cosiddetta “finanza ombra” del venture capital: peccato che a differenza che nel libero mercato, qui i soldi non ci sono e se ci sono e vanno persi sono dei contribuenti Ue, quindi anche nostri. Con un continente in depressione economica da sei anni, colpito da una contrazione paragonabile a quella del periodo 1929-1935, non si può scherzare mister Juncker: torni a facilitare l’evasione fiscale delle grandi multinazionali, è la cosa che sa fare meglio e lasci stare questione che non solo non capisce ma che rischia addirittura di compromettere ulteriormente.

Dopo questo fiasco annunciato - le Borse hanno reagito alla presentazione del piano con l’entusiasmo di un condannato a morte che si avvia verso il patibolo - le aspettative su Mario Draghi e sulla riunione della Bce del 4 dicembre per il possibile varo del Qe aumentano a dismisura sui mercati. Ma di questo parleremo domani.

P.S.: Ma non pensiate che la contabilità creativa sia una prerogativa solo europea, anzi. Ecco infatti spiegato il miracolo del Pil statunitense in forte crescita nel terzo trimestre di quest’anno, dato che l’altro giorno ha fatto gridare al miracolo della Fed e del quantitative easing. Il Bureau of Economic Analysis, controllato dal Dipartimento per il Commercio, ha magicamente abbassato tutte le stime sul reddito disponibile e sul tasso di risparmio, come dimostra il grafico, di fatto facendo implicitamente intendere che quel denaro “sparito” dalle voci fosse stato immesso nell’economia Usa sotto forma di aumento degli acquisti di beni durevoli. Dunque, gli americani sono formalmente più poveri di 80 miliardi, i risparmi sono calati del 10% ma il tutto è stato fatto per una buona causa: fabbricare a tavolino un dato migliore delle previsioni per il Pil del terzo trimestre. Come vedete, Fausto Tonna avrebbe avuto un futuro radioso anche a Washington.

 



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