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FINANZA E POLITICA/ I (nuovi) compiti a casa per Renzi e l'Italia

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Matteo Renzi e Angela Merkel (Infophoto)  Matteo Renzi e Angela Merkel (Infophoto)

A quel punto, come starà la congiuntura economica? Tutte le previsioni fatte finora sono state smentite, quindi è azzardato lanciarsi oggi in proiezioni improbabili. Tuttavia si può ragionare su alcune tendenze che appaiono probabili. La prima è la svalutazione ulteriore dell’euro, soprattutto se la Bce prosegue (come si è impegnata a fare) nella sua politica monetaria espansiva, e se il dollaro continua a rafforzarsi perché la Federal Reserve comincerà a stringere un po’ la vite, vista la crescita americana. Anche il boom petrolifero Usa, del resto, contribuisce all’apprezzamento del biglietto verde. Ciò significa che le esportazioni avranno una ulteriore spinta. Non bastano, naturalmente, perché rappresentano poco più di un quinto del Pil italiano, ma sono un buon traino.

La domanda interna dovrebbe ricevere un sostegno dalla conferma degli 80 euro e dagli altri benefici contenuti nella legge di bilancio. Secondo le stime ufficiali, aggiunge due decimali alla crescita del prodotto lordo, non molto, ma comunque il doppio della media nell’Eurolandia. Le riforme avranno un impatto molto piccolo (forse non più di un decimale l’anno prossimo), però hanno un effetto cumulativo che dovrebbe dare frutti più ricchi nel 2016.

C’è poi l’incognita bancaria. La stretta continua, ma più per colpa di una domanda fiacca. È vero, la necessità di aumentare il capitale spiazza il credito, tuttavia la Bce fornisce ancora liquidità, e le banche non dovrebbero avere nessuna paura di restare a secco. Sono tutte circostanze messe in luce da uno studio sull’Italia dell’Ubs che non s’allinea al pessimismo di maniera.

Dunque, ci sono alcune carte da giocare nella partita di primavera. Carte buone se il governo si sarà dato una strategia di più lungo respiro, cioè quella che è mancata dalle elezioni europee a oggi. L’idea di dare priorità alle riforme istituzionali si è rivelata mal posta anche perché la guerra lampo concepita da Renzi si è trasformata in una logorante guerra di trincea. Quando la crisi economica si è imposta, il capo del governo ha seguito una linea a zig zag, un passo avanti e due indietro, con una verve polemica ad ampio raggio che ha generato ansia non sicurezza.

Giusto andare fino in fondo sul mercato del lavoro, anche perché non ci sono alternative, una riforma per aumentare la flessibilità “in entrata e in uscita” è quel che chiedeva la Bce fin dalla famigerata lettera dell’agosto 2011 ed è il prerequisito del quale ha bisogno oggi Draghi per ammorbidire l’irsuto pelo dell’orso berlinese. Non possiamo dimenticarlo e prendere in giro gli italiani. Detto questo, Renzi è apparso troppo un capitan Fracassa, a cominciare dal rapporto con i sindacati.

Intendiamoci, la forma non basta quando a dividere è la sostanza. In Germania, le riforme che oggi tutti lodano costarono la Cancelleria a Gerhard Schröder. Però, viste le complesse partite in corso, dal Quirinale a Bruxelles, Renzi dovrà mettere in campo qualità diverse da quelle mostrate finora: tenuta, ritmo costante, mediazione. Lui, invece, si trova bene nella corta distanza. A questo punto, avrà bisogno di un passista che gli faccia da sostegno.



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