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SPY FINANZA/ Così il petrolio fa tremare gli Usa

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Insomma, l’Arabia Saudita con questa decisione ha sì mantenuto teoricamente il patto con gli Usa, i quali volevano un calo del prezzo del petrolio per strangolare economicamente la Russia, ma ora rischiano di pagarlo caro, perché entrano direttamente in guerra sui prezzi e come vedremo, un ulteriore calo delle valutazioni potrebbe far grippare la macchina magica dello shale oil. Anche perché l’ultima volta che produttori ed estrattori americani si sono trovati immischiati in una guerra dei prezzi contro i sauditi hanno visto i sorci verdi.

Questo il giudizio al riguardo di Michael Lynch, presidente della Strategic Energy and Economic Research, un veterano del settore con 37 anni di esperienza: «Quello del 1986 fu il più grosso collasso dei prezzi di sempre e l’industria Usa non si accorse che stava arrivando. Spazzò via dal settore parecchi protagonisti, non me lo scorderò mai. Pensate che non possa accadere di nuovo? Considerate a quale livello di leva sono esposti i produttori di shale gas Usa e quanto hanno da guadagnare i sauditi dal tenere il piede sul loro collo. Nel 1986 l’industria collassò, innescando un declino della produzione di quasi un quarto di secolo e questo consentì ai sauditi di riprendersi il ruolo di leader nel mercato petrolifero mondiale».

E il giochino saudita è stato orchestrato bene, perché il 23 ottobre scorso Riyad, senza alcuna necessità di farlo, uscì allo scoperto, ammettendo attraverso una persona a conoscenza della politica petrolifera del Paese citata da Bloomberg - insomma una fonte assolutamente anonima - di aver tagliato le forniture di petrolio a settembre. Il principale produttore dell’Opec ha infatti ridotto le immissioni sul mercato di 328mila barili al giorno, passando dai 9,688 milioni di agosto a 9,36 milioni al giorno in settembre: in settembre i prezzi sono rimasti abbastanza piatti nonostante questo taglio, quindi verrebbe da pensare a un combinato tra limitazione delle forniture e bassa domanda globale che ha dato vita a un effetto offsetting sulle quotazioni. Cosa significa quindi il crollo in ottobre? Un tracollo della domanda mondiale?

Un politica diciamo flip-flop dell’Arabia Saudita, la quale magari ieri ha voluto rendere noto ufficialmente il proprio taglio delle forniture non tanto perché stanca di spararsi nei piedi per compiacere le esigenze degli americani, ma per inviare loro un messaggio del tipo “noi il nostro dovere lo abbiamo fatto, ora tocca a voi” (nel qual caso, fossi Assad dormirei preoccupato da oggi in poi)? Oppure era un messaggio a Putin, utilizzando l’agenzia di stampa finanziaria Bloomberg, per cercare di spaventarlo? Oppure ancora, proprio una manovra puramente speculativa, nata in luglio quando l’open interest sulle opzioni put al Nymex toccò il massimo storico?

Non si sa, ma alla luce della decisione dell’Opec, a regia saudita, la prima ipotesi resta quella da privilegiare. Tanto più che il primo a decretare ufficialmente come la decisione giunta da Vienna fosse principalmente un colpo al mercato Usa è stato con un’intervista a Bloomberg, guarda caso Leonid Fedun, vice-presidente del gigante petrolifero russo Lukoil, a detta del quale «gli americani ora rischiano di diventare vittime del loro stesso successo, visto che con il prezzo del petrolio in area 70 dollari, le trivellazioni per l’estrazione di shale oil diventano non più retributive e cominciano a mettere sotto pressione i punti di break-even produttivi».