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GEO-FINANZA/ 4 novembre, il giorno chiave per l'Europa

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Di fronte a questo disastro non si può sperare che rimandare le decisioni, qualsiasi esse siano, sia una scelta sostenibile. La prima decisione, che forse è quella più facile, è di mantenere lo status quo. Se questa sarà la scelta nel prossimo Consiglio europeo di dicembre, si deve già essere preparati a una violenta ondata recessiva e deflazionista che verrà anche a causa delle decisioni di inversione della politica monetaria americana, ma anche brasiliana e cinese. Insomma, significa aver già pronte le “barelle sociali”, perché il welfare e l’occupazione diventeranno insostenibili.

Benché una tale scelta sembri poter accomodare gli interessi di breve termine delle tecnocrazie europee e delle burocrazie nazionali, a nostro modo di vedere sarebbe una decisione sciagurata. Temiamo, però, che anche la nuova Commissione guidata da Juncker, che ha promesso investimenti per la crescita di solo 300 miliardi, peraltro ricavati dal bilancio corrente, quindi tecnicamente riciclati, vada proprio in questa direzione sciagurata.

La seconda scelta è quella di fare un salto di qualità politico andando nella direzione di un compiuto confederalismo - il federalismo è ormai irraggiungibile - che metta in comune alcune, poche ma certe, prerogative degli stati. Ad esempio, la politica economica e fiscale, e i fondi per l’educazione, la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie. Ma anche in questo caso ci sembra un sogno irraggiungibile, perché al momento nessun leader politico nazionale lo sosterrebbe. Con la conferma della doppia egemonia, tedesca e americana, in Europa, nessun Capo di stato o di governo si fida più dell’altro. Infatti, la strategia prevalente è di innescare difficoltà crescenti nel rapporto tra i due egemoni che già da soli hanno non poche divergenze.

La terza scelta è di prendere atto dell’impossibilità di mantenere insieme l’eurozona, perché i riflessi politici e sociali nazionali rendono impossibile la tenuta dell’ordine degli stati membri. Quindi si tratterebbe di procedere a un accordo di separazione consensuale. Ciò porterebbe alla creazione progressiva di almeno due o tre zone monetarie che trovino una forma di coordinamento. Questa sembra la scelta alla quale si sta orientando la stessa Merkel. Il vantaggio sarebbe di mantenere il mercato unico. La difficoltà è che una tale scelta non piace agli Usa che temono l’esistenza di una Germania “indipendente” dai legami europei, e magari a termine da quelli transatlantici.

Questi tre scenari devono essere calati da un lato nella realtà del mondo globalizzato e dall’altro nel complesso rapporto transatlantico. In quest’ottica, il primo scenario converrebbe a far galleggiare gli illanguiditi leader europei, ma non è preferito da Usa e Cina. I primi l’accetterebbero solo se l’insieme Ue entrasse in blocco nel Ttip. I secondi non l’accettano perché vorrebbero un’Ue in qualche modo autonoma dagli Usa. Per la Russia un tale scenario significherebbe che la Nato continuerà a essere il “guardiano” dell’Ue creando frizioni e imbarazzi sui suoi confini.

Il secondo scenario non incontrerebbe l’entusiasmo americano, specialmente della componente neocon in ascesa, ma verrebbe probabilmente sostenuto dalla Cina e forse anche dalla Russia. Infine, il terzo scenario converrebbe certamente agli Usa, alla Cina e alla Russia che potrebbero più facilmente giocare sulle differenti percezioni e divisioni per trarne soddisfazione sul piano economico e della sicurezza.

Come si può capire, con una presenza americana così significativa in Europa, gli stati europei sono in stallo operativo. Non potranno che aspettare di sapere quanto cambieranno gli equilibri di potere americani dopo le elezioni di midterm del prossimo 4 novembre e tentare di farsi il meno possibile male da soli.

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