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GEO-FINANZA/ 4 novembre, il giorno chiave per l'Europa

Pubblicazione:lunedì 3 novembre 2014

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La situazione dell’Unione europea diventa giornalmente più preoccupante. In molti hanno identificato nell’utile uscita di Barroso la causa dei mali. Nonostante la sua innegabile modestia, non è stato Barroso il problema. Abbiamo davanti un’Ue circondata da crisi che da anni non governa neppure minimamente: la politica monetaria mondiale, che a piacere della Fed promuove o deprime la moneta unica; il prezzo delle commodities, che, deciso anche per effetto della politica monetaria del dollaro, colpisce inesorabile l’eurozona; una politica energetica europea che non è che una scelta di ripiego e senza ambizione verso il futuro; gravissime crisi geopolitiche in quasi tutti i paesi a Sud e a Est; l’aggressione finanziaria e commerciale delle grandi multinazionali mondiali, dall’agroalimentare alle tecnologie digitali; e la lista potrebbe continuare.

Il problema, come si può intuire, non è chi siede come presidente dell’Ue o della Commissione e a nulla servono gli esercizi di accomodamento gestionale o di governo delle strutture, ma è il concetto stesso di Unione europea. Un concetto che da un’intuizione federalista popolare mai realizzatasi si è poi trasformato in funzionalista o istituzionalista - cioè il potere delle tecnocrazie - per approdare a una forma di confederazione ibrida che vede sublimate in un sistema non più sussidiario ma “concorrenziale” sia gli apparati delle alte burocrazie nazionali, sia quelli delle tecnocrazie europee.

Queste ultime ormai resesi indipendenti, dopo la crisi del 2008, da ogni forma di controllo politico sia nazionale che di quell’assemblea elettiva europea chiamata Parlamento, tendono a difendere la propria esistenza contro gli stati e le nazioni. A loro volta, le alte burocrazie nazionali trovano utile che con soli 138 miliardi - il totale annuo del contributo all’Ue - possano avere una giustificazione “cogente” per le proprie inadempienze di governo. Nella realtà avviene che una vera costruzione europea, che per esistere non potrebbe che essere federalista, è ostacolata proprio dalle tecnocrazie e dalle burocrazie che altrimenti vedrebbero il proprio ruolo diminuito.

Quindi, il problema del pasticcio dell’Unione europea è eminentemente politico. Ma a questo livello, dopo un ventennio di Ue, assistiamo a un crescendo di forze centrifughe. Da un lato, sono emerse le forze egemoniche della Germania che, grazie al suicidio europeo del Regno Unito, hanno potuto progressivamente permeare significativamente la tecnocrazia europea. Dall’altro, assistiamo a un chiaro indebolimento delle nazioni e degli stati che le avevano accompagnate da qualche secolo in un quadro di scomposizione caotica degli interessi finanche nel quadro delle relazioni transatlantiche. Se a questo si aggiunge il risultato negativo, peraltro annunciato, dell’unificazione monetaria senza quella fiscale, oggi pensare a un’unità politica dell’Europa è una velleità irraggiungibile. A tal proposito molto chiare e mare sono le parole di Romano Prodi che qualche giorno fa ha presentato il nuovo volume di Nomos&Khaos.


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