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Economia e Finanza

FINANZA/ "L'alternativa" per riportare l'Europa in cima al mondo

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Gli anziani leader popolari e socialdemocratici - ad esempio Helmut Schmidt e Helmut Kohl, ma anche Giulio Andreotti e Pietro Ingrao - nelle loro memorie hanno ribadito che le scelte fatte dopo l’89 “non erano nell’interesse dei popoli” che essi rappresentavano (il più chiaro fu proprio Kohl). Ma le nuove elites nazionali ed europee vennero proprio dai ranghi di quei partiti trasformisti. Questo spiega lo stato di cose attuale in Europa. Prendiamone atto e cerchiamo di salvare la speranza in un futuro dell’Europa, prima che sia troppo tardi (e siamo proprio ai limiti massimi di tempo rimasto!).

L’aggressione mediatica e ideologica contro chiunque non sia allineato al pensiero europeista dominante è una chiara dimostrazione di debolezza del clan delle elites. Epiteti vari sono scagliati contro i leader politici e gli eletti che rappresentano l’opposizione al modello dominante europeista. Dal punto di vista qualitativo le accuse virulente sono fondamentalmente stupide e non fanno che rafforzare quei sentimenti disgregatori del sistema. Le elites arroccate nell’europeismo ufficiale, con il contorno di quella pletora di servi scrivani che grazie a prebende e dividendi fanno da gran cassa mediatica, hanno già perso.

Le prossime tornate elettorali, che tra il 2015 e il 2018 toccheranno tutti i principali stati europei, porteranno a uno stravolgimento dell’ordine attuale. Non si tratta di una profezia di Cassandra, ma della semplice analisi neutrale delle tendenze in atto in tutti i paesi europei, Italia inclusa. Ciò che emerge, come da anni i bravi ricercatori demografi segnalano, ad esempio Emmanuel Todd, è che i sentimenti profondi e le mentalità radicate nelle nostre società stanno riprendendo il coraggio di esprimersi. Chiaramente ciò avviene come possono, essendo di fronte a un forte potere di interdizione e di discriminazione, verso forme di radicalismo tanto di sinistra neo-trotzkista tanto di conservatorismo reazionario e di ispirazione religiosa.

Quel che viene declassificato rapidamente e con superficiale presunzione come “populismo” è l’incarnazione dinamica di questi sentimenti di vastissimi settori delle nostre società. Chiaramente le legislazioni elettorali e la propaganda dei regimi delle elites finora hanno tentato di contenere, più o meno, la forza di sfondamento che viene dalle radici delle nostre società europee. L’Europa di oggi si trova in una situazione pre-rivoluzionaria non dissimile da quella che nella seconda metà del ‘700 mise in crisi i vari modelli di ancien regime. Con l’elezione delle elites europee nel 2014, o con il consolidamento extra-democratico di quelle nazionali, si è guadagnata una finestra temporale di 2-4 anni. Se non si cambia rotta, questi sistemi di potere crolleranno sia per implosione, sia per il caos che li circonderà. Uno scenario piuttosto serio e probabile che vorremmo scongiurare.

Il blocco di potere nazionale ed europeo composto dalla coalizione di popolari- liberali- socialdemocratici al massimo può tentare la difesa dello status quo, aspettando la sconfitta finale. Da questo blocco di potere non potranno venire novità di rilievo per una questione qualitativa sia derivata dall’eterogeneità originaria, sia per l’illanguidimento culturale degli esponenti che lo guidano. Infatti, come ha detto Daniel Gros, “da Juncker non ci si può aspettare granché, perché non ha coraggio”.