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FINANZA/ "L'alternativa" per riportare l'Europa in cima al mondo

Pubblicazione:sabato 8 novembre 2014

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D’altra parte, parafrasando Pierpaolo Pasolini in chiave europea, si può dire che era già prevedibile dagli anni ‘70 che in forza della “spoliticizzazione completa [dell’Italia] diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso... Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come”.

Quindi è il tempo della ricostruzione, della riconcettualizzazione per il rinascimento dell’Europa nel mondo globale. Questo non lo si può fare su linee teoriche e ideologiche, come vorrebbero i leader del blocco di potere europeista. Si deve necessariamente ripartire dalla base popolare dell’Europa che non può che essere nazionale. L’idea teorica di Unione europea esisteva ben prima del XX secolo e affonda le sue radici proprio nel rispetto reciproco e collaborativo - non in quello omologante com’è oggi - dei popoli e delle nazioni. D’altra parte l’agonizzante Unione europea di oggi ha poco più di 20 anni mentre le nazioni europee hanno almeno 400 anni di storia pregnante, e si sono consolidate proprio nella globalizzazione di allora. Parlo di popoli e nazioni e non di nazionalismo, che è tutt’altro e più tardo e nefasto concetto.

Abbandoniamo sterili e perdenti preconcetti verso coloro che, anche se spesso in modo estremizzato, stanno cercando di incanalare nuovamente le mentalità e i sentimenti nazionali in un contesto paneuropeo che promuova il coordinamento e la collaborazione tra i popoli e le nazioni che l’Europa già fecero grande. Questa è la base della “Alternative for Europe”, per ora un’intuizione, che potrebbe svilupparsi ed evitare il ritorno alle egemonie nazionali e ai nefasti nazionalismi egoistici del recente passato. Insistere sull’imposizione feroce di un’unità omologante scatenerà le peggiori reazioni sociali e culturali che, almeno chi scrive, teme e si batterà per ostacolare.

Nei prossimi contributi svilupperò il concetto di “centralismo identitario” che è la precondizione per riportare l’Europa al centro sia dell’Occidente che del mondo. Per fare ciò è necessario recuperare l’indipendenza persa nel 1918, che ci ha progressivamente portato a essere - divisi o uniti - un’appendice di potenze che propriamente europee non sono. Ciò non vuol certo dire che debbano essere abbandonati i legami - più commerciali e finanziari che culturali - che abbiamo costruito nel secolo transatlantico. Il “centralismo identitario” significa riguadagnare la credibilità della forza “orizzontale” europea nelle relazioni mondiali. Come fu allora anche oggi c’è spazio politico per poterlo rifare in modo aggiornato e più maturo.

Chissà che queste note non suonino celestiali alle orecchie del neoministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni. Noi vogliamo sperarlo.



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