BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ "L'alternativa" per riportare l'Europa in cima al mondo

Il modello di Unione europea esistente da 20 anni mostra in questo periodo tutti i suoi limiti. PAOLO RAFFONE ci spiega perché è necessario muoversi per un’alternativa

Infophoto Infophoto

Ormai è chiaro a tutti che un terzo dei seggi del Parlamento europeo - l’unica istituzione europea che emana dalla volontà popolare - non si riconosce più nell’europeismo istituzionalizzato. Considerando che circa la metà degli elettori aventi diritto di voto ha scelto l’astensione, il messaggio popolare maggioritario è per un’Europa diversa da quella che oggi c’è. Ma l’incestuoso sodalizio tra le elites europee e nazionali - le alte burocrazie nazionali e le tecnocrazie europee - insiste nell’imporre il modello di Unione europea, pur essendo sostenuto da un’evidente minoranza dei cittadini europei.

Quest’insistenza a difendere a tutti i costi un modello che nei suoi 20 anni di vita ha provocato un danno enorme - sociale, politico ed economico - si deve alla conveniente conversione di queste elites al pensiero unico neoliberista di importazione anglosassone e particolarmente nordamericana. Un pensiero unico che è alieno alla coscienza antropologico-culturale e all’esperienza storica di tutte le nazioni del continente, dall’Atlantico agli Urali. È piuttosto facile prevedere che questa forzatura già piuttosto in crisi rischia di sfociare in un disastroso caos intra-europeo che, attorno a movimenti antagonisti autoctoni e gruppi sovversivi importati con l’immigrazione, porterà al riemergere della competizione egemonica in Europa.

L’assurdo comportamento delle istituzioni europee nei confronti della Russia ma anche del regime golpista in Egitto, e l’incapacità di avere una minima influenza nelle guerre in atto sui confini meridionali e orientali europei, sta a dimostrare che l’Europa che c’è non esiste. L’unico stato membro che ancora conserva una capacità di visione strategica, sia verso l’Europa che verso l’estero, è la Germania. Quest’ultima ha assunto progressivamente un piglio sempre più egemonico - ma non necessariamente sbagliato - che ha come riflesso condizionato la resistenza degli altri partner che si aggrappano alla “protezione” dell’altro egemone, gli Stati Uniti d’America. È piuttosto ovvio che questo stato di cose non è una soluzione sostenibile per chi pensa in termini europei ed europeisti.

Ricordando che l’idea europea era sostanzialmente di origine liberale e popolare, è l’Europa nata dal “colpo di mano neoliberista” manifestatosi con il Trattato di Maastricht e il successivo regolamento 1466/97 che è invisa ai popoli e alle nazioni europee. Non fu un caso che potenti forze sociali e culturali portarono alla bocciatura referendaria anche dell’ignominioso esercizio di stile che fu il “Trattato costituzionale”. Il paradosso è che l’abbandono del concetto originario di Europa è stato perpetrato principalmente grazie al contributo trasformistico del pensiero politico socialista, comunista e socialdemocratico, tra il 1985 e il 1999. Nel tentativo di lavare l’abiura delle loro origini marxiste quei politici si sono trasformati nei principali esecutori e vassalli del pensiero unico anglo-americano.