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SPILLO/ Le domande per liberare la sanità da "un'utopia"

Pubblicazione:domenica 9 novembre 2014

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Caro direttore,

troppi recenti “cambiamenti” del Sistema Italia sono stati effettuati a partire da un’analisi poco realistica della situazione e sembrano ispirarsi a principi astratti e fortemente utopistici, con il risultato di produrre spesso effetti contrari alle intenzioni. La nostra esperienza della realtà ci porta a dire che è fondamentale partire da un’idea forte e cambiare la prospettiva antropologica: per uscire dalla crisi occorre aumentare la responsabilità delle persone e muoversi con un forte senso della realtà.

È necessario che chiunque intenda promuovere cambiamenti nel sistema, lo faccia, quindi, a partire da tre domande: ciò che viene proposto favorisce e promuove la responsabilità delle persone? Ciò che viene proposto è realisticamente implementabile? Ciò che viene proposto genera risultati pratici positivi?

Questo metodo andrebbe applicato a tutto il settore pubblico, che è organizzato su un modello utopistico, costruito su un egualitarismo irrealistico, e su rappresentazioni troppo semplicistiche della realtà di cose e persone. A titolo di esempio applichiamo queste domande all’ambito della sanità. 

1- Un sistema sanitario efficiente e veramente orientato a tutelare la salute si regge anzitutto sull’assunzione di responsabilità di chi opera al suo interno. Per favorire al massimo questa posizione delle persone, ha senso continuare sulla strada della produzione pletorica di normative inutilmente dettagliate e senza effetti apprezzabili sui servizi? Non è meglio impegnarsi a cambiare assetti istituzionali e contratti, orientandoli a premiare professionalità, disponibilità al rischio e al sacrificio, imprenditorialità e merito? 

2- Occorre razionalizzare il Sistema dei servizi: ripensare la rete ospedaliera, incrementare i servizi territoriali, creare nuove strutture intermedie, migliorare l’integrazione, ripensare a come utilizzare in maniera ottimale le risorse umane. Per far questo si può insistere con l’attuale modalità definendo centralmente modelli universali di struttura più simili a esercitazioni accademiche che a veri progetti? O si ha il coraggio di provare a favorire soluzioni costituite “su misura” per le diverse realtà, cercando al massimo il contributo di molti attori sociali, così da aumentare la responsabilità di molti e fornire risposte personalizzate anziché uniformemente impersonali?

3- Cambiare le cose implica scommettere sul futuro a partire da una visione della realtà. È possibile persistere in un atteggiamento che vede come unica visione su cui fondare le idee di cambiamento un qualche modello pseudoideologico (preconcetto, pregiudizio, fideismo)? Oppure provare a muoversi su basi più pragmatiche, sfruttando metodi e sistemi di supporto alle decisioni (a cominciare da quanto costruito nell'ambito della qualità) che consentono di accompagnare coraggio e intelligenza con previsioni realistiche e solidamente fondate?


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