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SPY FINANZA/ Così petrolio e dollaro spaventano i mercati

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Veniamo poi al Giappone, il quale ha una storia differente. La Bank of Japan sta aggiungendo circa 12 miliardi di dollari al mese al suo programma di acquisto di assets, oltre a quanto fatto finora da più di un anno a questa parte, una medicina di un certo valore ma sostanzialmente finalizzata a raggiungere quel tasso di crescita annuale del 5% necessario per bilanciare l’enorme debito pubblico nipponico ed evitare che la sua traiettoria vada fuori controllo. Ma nonostante la cifra sia ragguardevole, è ben poca cosa se posta come argine di offsetting al ritiro da parte della Fed dei suoi 85 miliardi di dollari di acquisti mensili e oltretutto soltanto una piccola parte di questo stimolo sta finendo nel sistema della finanza globale: in compenso, il più grosso effetto dell’Abenomics per il resto del mondo è uno shock deflazionario sul commercio a causa della svalutazione dello yen, calato del 12% da fine agosto.

Veniamo ora all’Europa, ovvero alla Bce, il cui bilancio è ancora oggi di 2,033 triliardi di euro, contrattosi di oltre 150 miliardi da inizio giugno quando invece l’Eurotower cominciò a parlare di espansione fino a 3 triliardi: complimenti. Nonostante il programma Tltro e l’acquisto di covered bonds e Abs, probabilmente cui si aggiungeranno a dicembre obbligazioni corporate, l’incremento netto delle securities acquistate la scorsa settimana è stato solo di 400 milioni di euro, ovvero briciole. Insomma, finché non ci si deciderà a dar vita a un Qe da almeno 500 miliardi nel suo primo round, l’azione della Bce potrà dirsi, senza timore di smentite, nulla. Ma come sapete, è l’opposizione netta della Bundesbank e di alcuni Paesi del Nord a limitare l’azione di Mario Draghi, uno scontro che sembra non voler finire, a meno che non si arrivi a estreme conseguenze, come ad esempio l’ingresso per la periferia dell’Ue nella terza fase di recessione, il triple dip.

Già, perché le divergenze di interessi tra Germania e Paesi del Sud potrebbero ingigantirsi e peggiorare in caso nei prossimi mesi, come molti pensano, l’euro dovesse indebolirsi: Berlino ha infatti un apparato industriale maggiore di Francia, Italia e Spagna e vende una quota molto più alta di export, circa il 50%, fuori dall’eurozona rispetto agli altri membri: paradossalmente, la svalutazione dell’euro opererebbe come uno stimolo asimmetrico. JP Morgan si aspetta che la Germania crescerà a un tasso del 2% nella prima metà del 2015, con l’inflazione interna che raggiungerà durante il prossimo anno l’1,7%, quindi appare fantascientifico che le autorità tedesche possano accettare i rischi di un Qe in piena regola a fronte del fatto che l’economia del Paese pare sia in fase di ripresa da sola, senza bisogno di stimoli. Gli altri si arrangino, come nella migliore tradizione teutonica.

Insomma, con la fine del Qe statunitense, di fatto pare essersi chiusa anche la fase delle politiche centrali di stimolo, visto che a parte il Giappone - con il suo impatto limitato, come vi ho dimostrato - nessun’altra autorità monetaria sta attuando politiche espansive capaci di colmare il vuoto lasciato dalla Fed: il dollaro che si apprezza, di fatto, altro non è che un segnale anticipatorio di contrazione monetaria per metà del mondo. E attenzione, perché questo scenario non è affatto da considerarsi il cosiddetto “worst case”, poiché da giovedì scorso una nuova variabile è andata a inserirsi in questo quadro di potenziale instabilità: ovvero, la decisione dell’Opec di mantenere inalterata a 30 milioni di barili al giorno la produzione di petrolio e il conseguente calo ulteriore del pezzo sia del greggio che del Wti statunitense. Come questo può impattare sul sistema economico e finanziario globale?

Facciamo un passo indietro e concentriamoci su un concetto chiave, ovvero quello dei petroldollari. Lungi da essere soltanto il sistema benchmark per la prezzatura e il trading a livello globale di commodities, questo concetto è in realtà un sistema finanziario in piena regola al servizio dell’uso delle leva al fine di incoraggiare e facilitare il cosiddetto “riciclo” di dollari e quindi il loro reinvestimento in asset denominati in biglietti verdi da parte dei paesi esportatori di petrolio, nonché un mezzo per incrementare il prezzo nominale di tutti gli assets prezzati in divisa statunitense. Insomma, grazie al concetto di petroldollaro, parte dei soldi legati al commercio di greggio finivano “riciclati”, cioè reinvestiti, nel sistema finanziario Usa e globale, garantendo liquidità. Bene, stando a uno studio di Bnp Paribas, quest’anno per la prima volta in venti anni, le nazioni esportatrici di petrolio non aggiungeranno ma preleveranno denaro al di fuori del mercati.


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