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SPY FINANZA/ Così petrolio e dollaro spaventano i mercati

Pubblicazione:lunedì 1 dicembre 2014

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Cosa significa questo? Al di là del danno sulla liquidità, significa che il concetto stesso di petroldollaro è giunto all’irrilevanza. Ora, capite da soli che il combinato ulteriore dato dalla fine del Qe e dal calo drammatico dei prezzi del petrolio che stiamo vivendo da ormai cinque mesi, ha come conseguenza cui andiamo incontro proprio quella di un calo drastico della liquidità sui mercati globali. Fino a oggi, infatti, paesi come Russia, Angola, Arabia Saudita e Nigeria garantivano flussi di denaro che trovavano la loro strada verso i mercati finanziari, determinando così un aumento del prezzo degli assets e un contemporaneo mantenimento al ribasso del costo del finanziamento, il tutto attraverso appunto il “riciclo da petroldollaro”, ma ora qualcosa è cambiato. Stando allo studio di Bnp Paribas, «quest’anno i produttori di petrolio importeranno capitale per un valore pari a 7,6 miliardi di dollari, mentre solo nel 2013 hanno esportato (ovvero immesso nei mercati finanziari, ndr) 60 miliardi di dollari e nel 2012 addirittura 248 miliardi di dollari», come dimostra il primo grafico a fondo pagina.

Sempre stando a calcoli della banca francese, il riciclo da petroldollari ha toccato il suo picco nel 2006 a quota 511 miliardi di dollari, quando il prezzo del greggio stava per prepararsi a sfondare la quota dei 200 dollari al barile, stando a previsioni di Goldman Sachs e in un periodo in cui i mercati di capitali toccarono i loro massimi, oltretutto senza lo schema Ponzi delle banche centrali: peccato che tutti sappiamo come siano andate a finire le cose di lì a poco. Bene, in otto anni siamo passati da oltre 500 miliardi di denaro liquido che si riversava nei mercati finanziari dal trading petrolifero alla situazione opposta, ovvero i paesi esportatori succhiano dai mercati quasi 8 miliardi di dollari. Per David Spegel, il capo analista che ha curato lo studio, nonostante l’ammontare netto del “prelievo” sia basso, «ciò che è interessante è il fatto stesso che per la prima volta quei paesi esportatori non stiano fornendo ma drenando capitali che muovono la liquidità globale. Se i prezzi del petrolio dovessero calare ulteriormente nei prossimi anni, i produttori di energia avranno bisogno di più capitale anche soltanto per ripagare i bonds».

Insomma, drenando liquidità invece che immettendola, i paesi esportatori potrebbero innescare un processo che si sostanzierà in costi più alti per i prestiti di governi e aziende ma anche per i consumatori, visto che il denaro comincerà a scarseggiare. E ricordate sempre la contemporaneità del gap tra gli 85 miliardi di dollari della Fed ritirati e l’offsetting fallito della Bank of Japan con i suoi soli 12 miliardi al mese, di fatto un fiume di denaro in meno sui mercati finanziari, i quali, giova tenere a mente, per l’ultimo hanno e mezzo hanno goduto del combinato delle due banche centrali che operavano insieme, un vero e proprio diluvio di liquidità cui ci si era maldestramente abituati come se potesse durare in eterno.

Una brutta situazione, visto che in questi anni le banche centrali hanno inglobato tutto il collaterale di alta qualità a un ritmo mai visto in precedenza e portato il mercato obbligazionario più liquido al mondo, quello Usa, a soffrire un movimento sigma sul Treasury a 10 anni il 15 ottobre, come mostra il secondo grafico a fondo pagina: in uno scenario simile, l’ultima cosa di cui hanno bisogno i mercati è meno liquidità e meno volume, perché in condizioni simili il primo grosso ordine di vendita potrebbe schiantare il mercato.

 

 


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