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SPY FINANZA/ Così petrolio e dollaro spaventano i mercati

Federal Reserve e Opec, con le loro decisioni già prese o imminenti, stanno per togliere parecchia liquidità insostituibile sui mercati. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Nonostante i proclami e le dotte analisi che leggiamo sui giornali, l’apparente tsunami di stimolo da parte delle banche centrali asiatiche ed europee non esiste, il mondo sta non solo godendo ancora dei riflessi del Qe della Fed, ma, soprattutto, vede le varie autorità monetarie già impegnate in una restrizione bilanciata. Alla fine, tocca constatare ancora una volta come sia la Federal Reserve a muovere i fili, visto che con più di 40 valute legate a peg con il dollaro, inclusa la Cina, un dollar standard esiste eccome. Qualcosa come 11 triliardi di prestiti cross-boarder e obbligazioni emesse al di fuori degli Usa sono denominati in dollari e i mercati di capitale Usa sono ancora un gigante da 59 triliardi di dollari, più del totale combinato di Europa e Giappone: stando a dati dell’Institute of International Finance, l’impatto dell’azione della Fed sui flussi di capitale verso i mercati emergenti è stato il doppio di quello della Bce.

C’è un problema, però. La Fed non può rimandare ancora per molto il rialzo dei tassi di interesse, visto che - al netto dei trucchi contabili di cui vi ho parlato giovedì - l’economia è cresciuta del 3,9% nel terzo trimestre e la disoccupazione è scesa al minimo da sei anni al 5,8%, sintomo tra l’altro che tra poco le pressioni salariali saliranno. Insomma, il mondo sta per conoscere un’era nuova, visto che il diluvio di dollari che ha allagato i mercati del pianeta comincia a prosciugarsi e stando all’ultimo report di CrossBorder Capital, «il ciclo della liquidità sta flettendo al ribasso, i fattori di turbolenza stanno crescendo».

Non aspettiamoci quindi, al netto delle cifre che vi ho poco fa fornito, che la creazione di moneta fresca in Giappone, Cina e forse in Europa possa dar vita a un offsetting positivo della contrazione di liquidità dovuta alla fine del Qe statunitense: è un pio miraggio. La Cina sta infatti contraendo al ritmo molto lento, visto che il taglio dei tassi a sorpresa della scorsa settimana ha fatto più scalpore mediatico di quanto non muova i mercati con effetti reali, visto che la Banca del Popolo regola i livelli del credito nell’economia attraverso freni che agiscono sulla quantità e non aggiustando il costo del credito. Forse è presto per dire se il presidente Xi Xinping abbia capitolato alle pressioni della Banca centrale e ordinato che questa operasse in reflazione, ma la certezza è che Pechino sta ancora tentando, con enorme difficoltà, di flettere i 26 triliardi di boom del credito in circolo nel sistema prima che questi diventino un problema troppo grande per essere risolto senza scossoni devastanti.

Alcuni numeri: gli investimenti in asset fissi sono scesi al minimo da 13 anni a ottobre, il nuovo credito è sceso a 108 miliardi di dollari, il 24% meno dello scorso anno, e il sistema bancario ombra è stato soffocato, visto che le nuove regole per i prestiti fuori bilancio comportano di fatto con la loro introduzione una contrazione di 250 miliardi di dollari per il prestito. Insomma, il taglio dei tassi aveva un unico obiettivo specifico, alleviare frazionalmente la drastica contrazione che si è innescata automaticamente con lo scivolamento graduale della Cina verso la deflazione: il costo reale dei prestiti è salito dallo 0% del 2011 all’attuale 5,5% e il carico degli interessi è raddoppiato, raggiungendo il 15% del Pil. Insomma, quel taglio dei tassi può aver evitato qualche bancarotta, ma non ha certamente aumentato il credito, né la fornitura di massa monetaria M2 e a confermarlo è il continuo calo del Crb commodity index, in negativo da cinque mesi di fila, un fatto che ha un pericoloso precedente, visto che accadde l’ultima volta durante il crollo del 2008-2009.