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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La bolla nascosta nel crollo del petrolio

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Ma anche il Canada presenta non poche criticità, visto che le tecniche estrattive per operare nei giacimenti sabbiosi sono molto care e complesse, quindi le prime destinate a essere quantomeno bloccate o rimandate in un ambiente di profitti erosi dal prezzo troppo basso: non a caso, recentemente il gigante Total a posposto un progetto esplorativo da 11 miliardi di dollari a Joslyn in Alberta. Lo stesso progetto Rosebank di Chevron nel Mare del Nord è a forte rischio, quantomeno di approvazione nei primi tre trimestri del prossimo anno: «Questo progetto nasce per essere economicamente fruttuoso con il barile a 100 dollari, quindi ai livelli attuali sicuramente verrà bloccato», ha sentenziato Bertrand Hodée, analista alla Raymond James di Parigi.

C’è poi il mercato dei bond energetici ad alto rendimento, settore che pesa per il 20% del totale di quel mercato, i cui spread stanno volando alle stelle, avendo toccato martedì la quota record di 880 punti base, contagiando l’intero comparto dell’high yield e del credito, come ci mostrano i due grafici a fondo pagina: qualche analista comincia a chiedersi, al netto di questa situazione, se siamo alla vigilia del disvelamento dei famosi timori di BlackRock verso i suoi potenziali problemi di liquidità. E anche le reazione del mercato alla debolezza del petrolio comincia a preoccupare, visto che nel suo ultimo report Deutsche Bank dice chiaro e tondo che «l’attuale scollamento tra gli assets fortemente penalizzati del settore energetico e la reazione marginale a questo degli indici di mercato più ampi è assolutamente inconsistente con dinamiche macro. O anche il settore energetico rimbalza con una certa entità o trascinerà con sé gli altri indici di mercato al ribasso. Le eccezioni a questa dinamica sono rare».

In effetti, qualcosa non funziona prendendo in esame gli indici del cosiddetto broad market, ovvero equities e credito, i quali hanno ampiamente ignorato quanto sta accadendo al settore energetico. Sullo Standard&Poor’s 500 i titoli del settore energetico sono in calo del 19% da giugno, mentre l’indice nel suo complesso è in aumento del 5,8% e ai massimi di tutti i tempi.

Passiamo poi al credito, ovvero alle obbligazioni energetiche che hanno visto ampliamenti dello spread di 50 punti base nel IG e addirittura di 310 nell’alto rendimento, contro il +20 e +60 punti base dei bonds non energetici. Tenendo conto del fatto che il settore energetico rappresenta il gruppo singolo più grande dell’alto rendimento, il secondo dell’IG e il terzo dello Standard&Poor’s, quanto sta accadendo appare decisamente strano: come se qualcuno sapesse che questa guerra petrolifera è nient’altro che una messa in scena con tutti gli attori d’accordo.

Ma è davvero così? Ci arriveremo a breve, nel frattempo conviene prendere nota di una previsione di Deutsche Bank nel suo report, ovvero che «i default nel settore dei bond junk o ad alto rendimento hanno toccato il loro massimo per questo ciclo in settembre con un tasso dell’1,7%, mentre prevediamo per il prossimo anno un tasso del 3,5%». Insomma, un bel raddoppio dei casi di default nel settore dell’alto rendimento: non male, anche se a me pare una previsione ottimistica se non cambiano le dinamiche in atto. Ma ormai tutte le principali banche hanno scatenato i loro analisti per delineare quadri allarmanti della situazione, non ultima Bank of America, a detta della quale non solo l’Opec non esiste più come cartello che abbia un senso significativo di intervento, ma addirittura dobbiamo prepararci a un calo del prezzo in area 50 dollari al barile poiché le forze di mercato colpiranno duramente i produttori più deboli, leggi il Venezuela.