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SPY FINANZA/ La bolla nascosta nel crollo del petrolio

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Insomma, un bel guaio: o forse, questa crisi è arrivata al momento giusto per far sgonfiare la mega-bolla senza troppi botti. Una cosa è certa, lunedì prossimo il Dipartimento per l’Energia statunitense terrà un incontro trilaterale sul tema petrolio con i produttori del Nord America, il tutto per «definire aree di cooperazione energetica e rispondere alla visione strategica della comunità energetica del Nord America». Insomma, funzionari Usa, canadesi e messicani potrebbero gettare le basi per un’Opec americana, calcolando che insieme i tre paesi producono 20 milioni di barili al giorno di petrolio e quindi possono tranquillamente creare qualche preoccupazione in casa saudita e nei corridoi del quartier generale di Vienna, visto che i Paesi aderenti all’Opec producono 30 milioni di barili al giorno, ma grazie allo shale oil il gap si sta comprimendo sempre di più e più velocemente.

Inoltre, tutti e tre i paesi basano la loro forza su fonti non convenzionali: il Canada sui già citati giacimenti sabbiosi, il Messico sull’esplorazione marina e gli Usa sul fracking per il petrolio di scisto, quindi massima concordanza e preoccupazione per prezzi troppo bassi. Il problema, però, sta alla radice: ovvero, dal 2009 a giugno di quest’anno i prezzi del petrolio sono rimasti relativamente elevati semplicemente perché qualcuno continuava a vendere la barzelletta della ripresa in corso e di una crescita economica che seppur anemica si stava riattivando. Balle, ora sappiamo con certezza che il crollo del prezzo del petrolio del 40% in meno di quattro mesi è un chiaro segnale di altro: ovvero, che la bolla nella prezzatura degli assets creatasi tra il 2009 e quest’anno grazie ai soldi a pioggia sta per scoppiare. Non a caso, altre commodities stanno seguendo il destino del petrolio, come il rame che ha appena rotto al ribasso un pattern che durava da cinque anni e sta accelerando il calo: proprio come la dinamica dell’oro nero.

Cosa ci dice questo? Che forse andrebbe messo in preventivo un epilogo simile anche per altre assets classes, leggi le equities, leggi il mercato azionario ora ai massimi ma completamente scollegato dai fondamentali. Come ha funzionato questa dinamica? Semplice, le banche centrali - soprattutto la Fed attraverso lo Zirp e il Qe - nel tentativo di stimolare l’inflazione hanno ottenuto l’esatto contrario, visto che stampare moneta non crea inflazione, bensì deflazione nei beni di consumo, oltre a un eccesso di capacità produttiva, come nel caso del petrolio. A quel punto si configura ultra-domanda sul mercato, la quale pone pressione al ribasso sui prezzi e spinge le banche centrali a stampare ancora di più per cercare di alzare l’inflazione: un circolo vizioso che non fa altro che garantire nuovo denaro a costo zero nelle posizioni già esposte a leva di chi sta speculando. Incoraggiando operazioni speculative, i programmi di stimolo hanno di fatto colpito l’investimento in lavoro, trasformando imprenditori in speculatori dei loro stessi assets e prodotti e facendo crollare il valore dell’occupazione sul posto di lavoro e calare i salari e i consumi di conseguenza. Questo non fa altro che indebolire la domanda e quindi porre pressione al ribasso ulteriore sulla dinamica dei prezzi dei beni di consumo e così via, strizzando i costi ai massimi per rientrare nei margini, tagliando occupazione e stipendi e arrivando al paradosso della catena WalMart che organizzava eventi benefici per offrire generi alimentari ai propri dipendenti che pagava troppo poco per poter vivere dignitosamente.

Bene, la dinamica che stiamo vedendo in questi giorni per il petrolio è la perfetta illustrazione di cosa succede quando le banche centrali promuovono la speculazione sulle materie prime e la loro produzione, un boom creato su finanziamento virtualmente libero e illimitato che si trasforma poi in una bomba ticchettante quando il valore del collaterale collassa.

 

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