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Economia e Finanza

POSTE ITALIANE/ Tariffe più alte e sprechi, un "giallo" pieno di sospetti

Dallo scorso 1° dicembre è scattato l’aumento delle tariffe di Poste Italiane. Tuttavia ci sono alcuni elementi poco trasparenti su questa vicenda, di cui ci parla ANDREA GIURICIN

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Doveva essere privatizzata, ma ancora è al 100% pubblica. Ha investito in Alitalia, per “salvare” i capitani coraggiosi, e ora arriva l’aumento delle tariffe. Questa è Poste Italiane, un’enorme azienda statale con oltre 100 mila dipendenti. L’incremento delle tariffe è stato deciso dall’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni con la Delibera 728 del 2013, e quindi era ampiamente scontato, ma è entrato in vigore dal 1° dicembre scorso. Tale delibera riguardava la determinazione delle tariffe massime dei servizi postali rientranti nel servizio universale. Quel che stupisce è la portata dell’aumento, dato che la posta prioritaria retail passa da 70 a 80 centesimi di euro, pari a un incremento del 14%, mentre la Raccomandata sale da 3,6 a 4 euro, con un aumento dell’11%.

Tale incremento comporta due gravi problemi: uno direttamente legato all’aumento delle tariffe per l’utente finale, che non ha possibilità di scelta; uno indiretto, collegato alla concorrenza che gli operatori alternativi a Poste Italiane dovranno fronteggiare. Essendo un servizio universale, tali tariffe dovrebbero compensare i costi del servizio che risultano essere superiori ai ricavi per tali servizi. È quindi giustificato l’aumento?

Sì, nel momento in cui il servizio universale fosse assegnato tramite una gara trasparente e aperta a tutti gli operatori, nazionali e internazionali. Tuttavia questo non è mai accaduto, e la differenza negativa tra ricavi e costi operativi potrebbe dunque dipendere dall’inefficienza dell’operatore incumbent. Se Poste Italiane avesse del personale in eccesso nel settore postale, non in quello finanziario, l’aumento delle tariffe andrebbe a discapito degli utenti per “salvare” gli sprechi dell’azienda pubblica. Nel momento in cui si assegna direttamente il servizio universale a Poste Italiane, senza una gara, non si potrà mai sapere se l’operatore sia inefficiente e se le tariffe devono coprire questa inefficienza.

Succede esattamente lo stesso nel trasporto pubblico locale. Prendiamo il caso di Atac, a Roma, che è gestita dal Comune di Roma che assegna senza gara il servizio all’azienda comunale stessa. Senza gara, gli sprechi e le inefficienze continueranno a esserci e non potrà mai essere chiaro se i contribuenti, tramite sussidi, e gli utenti, tramite tariffe gonfiate, debbano pagare un eccesso di dipendenti pubblici.

In Poste Italiane oltre a queste problematiche, s’innesta anche il processo di privatizzazione, che a oggi è bloccato. La prima versione di “privatizzazione” in realtà era una finta privatizzazione. Infatti, si voleva vendere una quota di minoranza del gruppo Poste Italiane sul mercato e ai lavoratori, senza cedere tuttavia la maggioranza. Dunque tale operazione era una cessione di quote di minoranza, ben lungi dall’essere una vera privatizzazione.