BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ I "nemici" del merito da scacciar fuori dall'Italia

In Italia è sempre più difficile fare impresa e vedere una meritocrazia in atto. Ma ci sono anche esempi virtuosi, che andrebbero valorizzati, come ricorda NICOLÒ BOGGIAN

Infophoto Infophoto

È vero: la crisi in Italia è sempre più forte. Le aziende chiudono o vanno all’estero ed è, nonostante i ripetuti proclami, sempre più difficile fare impresa. Siamo ultimi in Europa per corruzione percepita, come mostra il rapporto di Transparency International, e chi lavora nelle società italiane e nel settore pubblico crede vi sia molta meno meritocrazia rispetto a chi è occupato in aziende multinazionali, come mostra l’ultima ricerca del Forum della Meritocrazia.

Allo stesso tempo, però, fioriscono in tutto il Paese isole di cambiamento, di eccellenza e d’innovazione, come necessaria evoluzione alle difficoltà poste dal contesto. Nel settore pubblico, come nelle imprese e nelle università, nascono piccoli e grandi progetti, semi di futuro, che raccolgono le risorse qualificate sparse qua e là e le mettono a fattor comune. Quest’opera meravigliosa avviene spesso nell’assenza di supporto istituzionale e nel silenzio dell’informazione.

Come fare perché questo movimento di cambiamento diventi maggioranza nel Paese? Ci sono tre elementi che, a mio avviso, devono essere potenziati: il supporto e consolidamento di una cultura del merito, il rifiuto di falsi miti dei soliti “distrattori di massa” e l’innalzamento della qualità dell’educazione e dell’informazione.

Per favorire una cultura del merito bisognerebbe, per esempio, fare una vera management review nella Pa e nelle aziende partecipate dallo Stato identificando, valorizzando e attraendo talenti e mettendoli in posizione di responsabilità. Molti proteggono diritti acquisiti senza discutere se siano meritati e se siano utili allo sviluppo, in questo modo minando e ritardando la possibilità delle organizzazioni di svilupparsi. Anche le situazioni più paradossali sono tollerate per non turbare lo status quo, mentre vi sono esempi di qualità e di evoluzione che vanno lasciati liberi di esprimersi e di crescere, risolvendo in modo chiaro e netto le situazioni di spreco e di mediocrità.

Non credo che in tal senso faccia bene assorbire precari solo per assegnargli un posto di lavoro fisso o cercare un paracadute per i dipendenti delle Province verso i Tribunali o verso altri enti invece di pensare a dotare gli enti nel modo corretto e a misure di riqualificazione per chi perde il lavoro. Allo stesso modo non fa bene la tendenza della classe dirigente, politica e non, a continuare nel sistema di cooptazione della persona di fiducia, del famigliare o del compagno di partito in spregio della competenza e dei risultati ottenuti. In questo modo si deteriorano situazioni già complesse invece di imboccare la via della professionalità. Vanno invece esplicitati i bisogni delle organizzazioni in termini di professionalità, energie e soluzioni, e garantite queste risorse con piani di lungo termine e obiettivi chiari.

Ci sono poi quelli che chiamo “distrattori di massa”, che dappertutto “distraggono” il dibattito e l’opinione pubblica dai problemi reali. Dicono che il problema è l’euro, senza considerare che la nostra crisi inizia da prima; dicono che il problema sono le banche e la finanza, quando i tassi d’interesse non sono mai stati così bassi; dicono che il problema è l’immigrazione, quando i nostri tassi di immigrati sono in linea con quelli di altri paesi vicini; dicono che il problema è l’austerità, quando spendiamo ancora più di 800 miliardi di spesa pubblica e l’elenco potrebbe continuare. Non si può dire che non ci siano grandi problemi negli ambiti ricordati, ma vanno risolti con più merito, più competenza, più concretezza e non con generici annunci. Il punto non è cosa fare, ma farlo veramente e in modo corretto.