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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le tre vie d'uscita alla crisi russa

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Mettete nel calderone il fatto che la Cina non è più in grado di reggere il super-ciclo delle commodities perché sta rallentando il suo tasso di crescita e la crisi russa ed ecco la tempesta quasi perfetta: il greggio ai minimi non sta facendo soffrire solo Mosca ma anche Nigeria, Venezuela e altri Paesi esportatori. E non solo: la Turchia, che dovrebbe essere un beneficiario del greggio così basso nel prezzo, ha visto la lira crollare del 12% da fine novembre e l’indice della Borsa di Istanbul giù del 20% in termini denominati in dollari, mentre mercoledì l’Indonesia è dovuta intervenire per difendere la rupiah, il real brasiliano è sceso ai minimo da dieci anni sul dollaro l’indice Bovespa di San Paolo è sceso del 23% in tre settimane.

Cosa succederebbe se i grossi fondi, come Pimco, vedessero i loro clienti chiedere indietro i loro soldi perché spaventati? Dovrebbero vendere le loro detenzioni, generando una spirale autoalimentante al ribasso. Sell-off, insomma: un disastro. Per Stephen Jen della SLJ Macro Partners, «il mondo della finanza sta ruotando il suo asse, più forte sarà il boom degli Usa, peggio sarà il destino di quelle nazioni che stanno dalla parte sbagliata rispetto al dollaro. Penso che sia altamente probabile una crisi in stile 1997-1998 l’anno prossimo, se la ripresa Usa prende slancio nulla potrà fermare l’outflows di capitali dai mercati emergenti verso assets denominati in dollari».

Inoltre, ormai in queste nazioni il debito privato sia è tramutato implicitamente in debito pubblico, ma quanto questo potrà essere gestito, quanto reggerà il backstop statale prima che i mercati si spaventi e dicano bye bye? Ma non c’è via d’uscita, il Cremlino non può fare spallucce verso i 50 miliardi di dollari di debito estero di Rosneft, così come il governo brasiliano non può disinteressarsi dei 170 miliardi di dollari di debito di Petrobas: non a caso, Standard&Poor’s nel suo ultimo report ha detto chiaro e tondo che se non ha tagliato il rating di Petrobas a “spazzatura” è solo per l’implicito supporto dello Stato verso l’azienda. Piaccia o meno, viviamo ancora in un mondo denominato in dollari, non in euro o rubli: sono i Treasury Usa il benchmark per i mercati globali del credito, non il Bund e i derivati sono strumenti prezzati in dollari.

Stando a calcoli di Bank of America, se la Bce si unisse a tutta forza a Bank of Japan in una misura di stimolo riuscirebbe a garantire nel combinato un offsetting solo del 30% rispetto a quando fatto dalla Fed negli anni. Insomma, più che prezzare un rinvio del taglio dei tassi, forse i grandi player stanno facendo soldi su altre due variabili: gli Usa che impongono di nuovo e con forza il dollar standard a livello mondiale e la Fed che, casualmente, vede rischi deflattivi e fa partire un Qe4, in stile minore ma pur sempre consistente.

Tornando alla Russia, le sue riserve di circa 400 miliardi possono funzionare da protezione contro uno shock esterno, come ad esempio proprio un calo del prezzo delle commodities ma non da rimedio per i problemi interni del Paese: per il professore di economia dell’Harvard Kennedy School, Carmen Reinhart, «la banca centrale russa può vendere le sue riserve e alzare i tassi ma non può stampare dollari». Insomma, può guadagnare un po’ di tempo ma non risolve il problema alla radice: «Occorre che quel tempo venga utilizzato per cambiare le politiche e restaurare la fiducia, altrimenti non fai altro che bruciare le riserve e prolungare il problema».