BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Le tre vie d'uscita alla crisi russa

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Ora gli scenari sono paradossalmente tre: ovvero, la Cina soccorre finanziariamente la Russia; Putin è costretto a scendere a patti, almeno sull’Ucraina, per evitare un’escalation pericolosa per la sua stessa leadership; la Russia sfrutta la partnership con Cina e India, anch’essi paesi con enormi riserve auree e forza la mano dando vita a un’alternativa al dollaro che sia sostenuta appunto dall’oro fisico.

Vediamoli brevemente. Nel primo caso, Pechino sta già monitorando con attenzione e non poca preoccupazione gli accadimenti, tanto che giovedì la State Administration of Foreign Exchange (Safe), attraverso il suo rappresentante, Wang Yungui, ha reso noto come «gli impatti della svalutazione del rublo sono ancora poco chiari e la Safe sta quindi monitorando e incoraggiando le aziende a dare vita a forme di hedging sulla valuta russa». Insomma, Pechino non sta alla finestra, tanto che in base a un accordo dello scorso ottobre, la Russia può contare su 150 miliardi di yuan (24 miliardi di dollari) di accordo valutario swap con Pechino, patto che nasce proprio come riduzione del ruolo del dollaro in caso Cina o Russia dovessero avere bisogno di aiuto per superare una crisi di liquidità.

Qual è il rischio di questa opzione? Ne abbiamo parlato prima, al ritmo a cui sta bruciando le sue riserve e con le necessità di roll-over sul loro debito esterno delle aziende, anche statali, aggravato dalla svalutazione del rublo, se anche l’intera linea di swap potesse essere sfoderata in un’unica tranche immediata, potrebbe rivelarsi soltanto un segnale politico di attenzione della Cina verso Mosca, ma avrebbe effetti reali praticamente nulli.

Seconda opzione, la crisi entra in una spirale non più gestibile, i cittadini cominciano ad assaltare negozi e banche nel timore che i loro rubli non valgano più niente e tentino di convertirli in dollari o euro, Putin impone controlli di capitale, la situazione sociale, unita a quella economica e al fronte ucraino, spiana la porta alle forze di opposizione. A quel punto, Vladimir Putin dovrebbe cercare di mediare, quasi certamente offrendo un accordo di pace duratura sul Donbass e magari aprendo a progetti meno “aggressivi” verso l’Occidente, il quale in cambio prima blandisce e poi elimina del tutto le sanzioni. Anche perché lunedì scorso, quando il rublo ha perso in un giorno il 15%, è stato palese sui mercati come altre forze siano al lavoro per schiantare la valuta russa. Non a caso, infatti, proprio lunedì si teneva in Russia un asta di liquidità da 700 miliardi di rubli (quasi 11 miliardi di dollari) e prima che questa avesse inizio, il gigante petrolifero Rosneft aveva racimolato sul mercato 675 miliardi di rubli attraverso un’emissione obbligazionaria garantita proprio dalla Banca centrale, la quale rapidamente subito dopo ha operato il clearing sui bond a minor rendimento trasformandoli in collaterale per le banche che dovevano finanziarsi alla sua asta.

Nessuno sa chi ha comprato quei bond, ma Rosneft ha ufficialmente dichiarato che il processo sarebbe servito per finanziare progetti interni e non andava a toccare il mercato valutario estero. Qualcosa però non torna, visto che le sussidiarie di Rosneft e le loro rispettive banche erano preparate - o forse finanziate da Rosneft per farlo - per l’emissione obbligazionaria, dopo la quale hanno potuto rifinanziare i bond presso la banca centrale con un profitto dal 5% al 10%. Insomma, l’idea è che le banche abbiano comprato i bonds, girati poi in uno swap valutario estero alla Banca centrale e poi passato il cash ottenuto da quest’ultima a Rosneft attraverso un altro swap: la quantità di denaro precipitata sul mercato attraverso un meccanismo simile, infatti, potrebbe sicuramente giustificare il tonfo del rublo sul dollaro di quel giorno. Ma dice anche altro, ovvero quanto Rosneft sia messa male, se per finanziarsi deve ricorrere a giochini simili: con 10,2 miliardi di debito da ripagare nell’ultimo trimestre di quest’anno, il gigante entro ieri doveva saldare un roll-over da 6,88 miliardi di dollari. Ecco, forse, spiegata tanta disperazione.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >