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SPY FINANZA/ Le tre vie d'uscita alla crisi russa

Pubblicazione:sabato 20 dicembre 2014

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E veniamo ora alla Fed e alle sue decisioni di mercoledì, le stesse che negli ultimi due giorni hanno messo le ali ai mercati nonostante tutte le tensioni finanziarie e geopolitiche esistenti. Il comitato monetario della Federal Reserve, infatti, ha mantenuto invariati i tassi di interesse negli Stati Uniti al minimo storico dello 0-0,25%, scelta che sposta la lancetta dell’ultimo aumento dei tassi al giugno del 2006 e dell’ultima riduzione, fino ai minimi attuali, al dicembre del 2008. Tuttavia, come è sua abitudine, la Banca centrale segnala chiaramente un ulteriore miglioramento dell’economia Usa, prodromo quindi di un possibile rialzo, ma parla anche di un approccio sul costo del denaro “paziente” e coerente con l’orientamento del comunicato “precedente”, che parlava di un tasso di interesse vicino allo zero per «un considerevole periodo di tempo».

Detto fatto, per la maggior parte degli analisti la Fed non agirà sul costo del denaro prima del giugno del prossimo anno e il casinò di Wall Street è ripartito in grande stile. Tanto più che la stessa numero uno dell’istituto, Janet Yellen, ha sì parlato di «cambiamenti significativi della politica monetaria», salvo però sottolineare come sia improbabile un aumento dei tassi di interesse per i prossimi due vertici, ovvero per tutto il primo trimestre del 2015. Per la Yellen, «le condizioni potrebbero essere appropriate a metà del prossimo anno, ma dipenderà dai progressi che starà facendo l’economia». Insomma, vaghezza tipica di chi sa di essere seduto su una bomba a orologeria e non vuole fare la fine di Will Coyote.

Il problema è che in determinati ambienti ci si è sì lanciati a comprare come se non ci fosse un domani, ma con una chiara idea in testa: il rialzo dei tassi, minimo ma anticipato, potrebbe essere l’arma letale nella guerra contro Putin e contro il cartello Opec che sta schiantando il business dello shale oil statunitense, tenendo il prezzo del petrolio ai minimi storici. I primi a pagare dazio da una simile ipotesi, infatti, sarebbero i Paesi emergenti, già colpiti la scorsa estate dai timori del “taper” proprio della Fed, con le banche centrali pronte ad alzare i tassi e bruciare miliardi di riserve per evitare che le loro valute diventassero carta straccia, i quali nel loro insieme hanno preso a prestito qualcosa come 5,7 triliardi in dollari, valuta che non solo non possono stampare ma che non controllano: in un decennio il loro debito è triplicato, raggiungendo i 3,1 triliardi in prestiti bancari e 2,6 triliardi in obbligazioni.

Il problema è che quei soldi sono stati presi in prestito all’1% in base all’assunto implicito che la Fed avrebbe continuato a inondare il mercato di liquidità perenne, ora invece, usando un termine tecnico, questi paesi sono “short” sul dollaro e potrebbe scattare la margin call scatenata dai padroni del vapore, leggi gli Usa. Per la Banca dei regolamenti internazionali le nazioni emergenti oggi potrebbero essere vulnerabili a uno shock sul dollaro esattamente come nei tardi anni Novanta, quando la restrizione della Fed non a caso scatenò la crisi asiatica e il default russo (complice, déjà vu, il prezzo del petrolio): peccato che oggi quei paesi contino per la metà dell’economia mondiale ma abbiano un debito aggregato che ha raggiunto il record del 175% del Pil, il 30% in più dal 2009 a oggi.


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