BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le "manovre" della Cina che preoccupano i mercati

InfophotoInfophoto

Insomma, il boom azionario cinese è una assoluta mania del momento, questo nonostante i divieti dei regolatori e il rallentamento dell’economia reale nazionale e non lo dimostra solo il +32% dell’indice di Shanghai nelle sei settimane precedenti al 15 dicembre ma soprattutto il fatto che molte famiglie stanno lanciandosi su prestiti in brokeraggio per comprare titoli, aumentando la leva e con essa il rischio. Il margin debt è salito a più di 130 miliardi di dollai da praticamente zero di soli tre anni fa, qualcosa come l’1,2% del Pil: per Mark Williams della Capital Economics, «si continuano ad aprire conti per il trading, il numero di investitori sale così come la leva, c’è una sorta di senso di mania che sta prendendo il sopravvento».

E nonostante il taglio dei tassi a sorpresa operato il mese scorso dalla Banca del Popolo, sono proprio i titoli del comparto finanziario quelli che sono cresciuti maggiormente, nonostante il taglio per le banche fosse negativo fino a ridurre i margini, già minimi ed erosi dalle pressioni deflazionistiche. Insomma, il boom pare inarrestabile, ma proprio per questo, se e quando si invertiranno i corsi, il tonfo sarà pesante e le vittime parecchie. Ovviamente a spingere alla corsa all’acquisto sono ancora i prezzi relativamente bassi dopo la strage patita da Shanghai nel post-Lehman, quando perse i due terzi del valore dal picco dei 6mila punti, una delle correzioni peggiori nella storia per un grande Paese. Inoltre, per Kenneth Chan di Jefferies, «gli enormi livelli di risparmio cinesi devono trovare una casa e non c’è nessun’altro posto dove poterli mettere ora», con l’aggravante che anche i flussi di liquidità generati dal surplus commerciale crescente stanno muovendosi verso le equities.

Inoltre, il boom azionario va a inserirsi come arco temporale in un periodo di enorme sovraccapacità dell’economia cinese, basti pensare che in base ai dati di novembre Pechino sta inondando il mondo con una sovraccapacità dell’industria dell’acciaio dopo il crollo del 45% dei prezzi egli immobili e l’export del metallo è salito del 55% rispetto a un anno fa, raggiungendo quota 9,72 milioni di tonnellate, più dell’intera produzione Usa. Il tutto in un contesto generale in cui la gente si attende nuove manovre di stimolo da parte della Banca centrale, fatto che a oggi appare solo una pia illusione, tanto più che lo strumento primario per la regolamentazione dell’economia in Cina è la quantità del credito e non il suo prezzo attraverso i tassi: oggi larga parte del sistema bancario ombra, generatore di credito quando i canali ufficiali chiudono i rubinetti, è stata resa inservibile dalle nuove regolamentazioni, con una contrazione di quanto erogato di 250 miliardi di dollari da giugno scorso.

I nuovi prestiti, poi, sono scesi da 170 miliardi di controvalore di settembre a 107 di ottobre. Anche le aziende soffrono, soprattutto per il costo reale del denaro, salito da zero al 5% dal 2011 a oggi a causa del calo dell’inflazione: per Tao Wang di Ubs, nello stesso periodo, il carico del costo degli interessi per le aziende non finanziarie è salito dal 7,5% al 15% del Pil. Insomma, con il costo degli immobili già dimezzato e le banche che dovranno scontare sempre maggiori sofferenza a bilancio, la Cina è chiamata obbligatoriamente a bloccare la spirale della sua capacità di indebitarsi o non ci sarà via d’uscita: in tal senso, per Any Xie di Caixin, «le continue illazioni riguardo una nuova manovra di stimolo potrebbero essere propedeutiche alla ricerca di un “soft landing”, visto che potrebbero confondere gli speculatori, evitando che questi cerchino tutti insieme la porta d’uscita, generando caos. Il problema è che stanno confondendo anche le istituzioni finanziarie».