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SPY FINANZA/ Le "manovre" della Cina che preoccupano i mercati

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E al netto del dato del Pil rivisto al rialzo nel fine settimana, il dato della sovracapacità cinese - e di conseguenza dell’assenza di ripresa globale - ci è offerta dal solito Baltic Dry Index, crollato per 21 giorni di fila e sceso a -40% dal giorno del Ringraziamento, come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina: si tratta del peggior collasso dell’indice da quando viene tracciato, ovvero da 28 anni a questa parte e siamo ormai molto vicini, in generale, ai minimi post-crisi. Insomma, tante merci ma cargo fermi (escluso il petrolio, non contemplato nel Baltic Dry).

Ora il governo cinese è costretto a trovare un punto di mediazione tra rigore fiscale e necessità di riattivare il credito per dare un po’ di ossigeno alla crescita economica in rallentamento: senza denaro, infatti, le aziende non investono e i cittadini non spendono. Peccato che questo sia esattamente il contrario di quanto intendevano fare a Pechino, visto che aumentare i prestiti significa denaro facile, quindi standard più rilassati e conseguente crescita del debito nei bilanci, un qualcosa di non più gestibile visto che la scorsa estate la ratio debito/Pil del Paese ha toccato quota 250%, molto del quale generato dal settore privato già in sofferenza.

Per capire bene le dinamiche in atto dobbiamo fare riferimento a un altro indicatore, il Producer Price Index (Ppi), il quale ci dice quanto denaro i produttori investono per i loro beni. Come notate dal secondo grafico, in novembre il Ppi per le industrie cinesi è sceso del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il 33mo calo mensile di fila, chiaro sintomo del rallentamento della domanda interna. Il fatto è che quelle stesse aziende si sono già stracaricate di debito semplicemente per sopravvivere, denaro che probabilmente non saranno in grado di restituire alle banche: ecco quindi il circolo vizioso, se il governo dovesse dire alle banche di allargare i cordoni della borsa e aumentare il credito, il problema si aggraverebbe invece di risolversi.

Per l’analista di Societe Generale, Wei Yao, «l’eventuale misura di allentamento non darebbe risposta alle cause primarie della debolezza del credito bancario, ovvero aumento delle sofferenze e debole domanda per lo stesso». Quindi, il rischio è quello di un aumento a dismisura del cosiddetto “bill-financing”, ovvero credito a brevissimo termine ottenuto attraverso obbligazioni con scadenza a breve per ottenere un ritorno, visto che questa misura inoltre garantisce alle banche maggiore protezione da rischi su liquidità ed esigibilità rispetto al prestito a lungo termine ma appare elementare come un tale tipo di schema non possa assolutamente supportare la domanda di investimenti, obiettivo che invece persegue il governo. A quel punto, l’unica ipotesi sul tappeto davvero in grado di offrire un risultato sarebbe una ristrutturazione del sistema privato, ma questa sarebbe dolorosa e richiederebbe tempo, il tutto in un contesto come quello attuale di economia che rallenta più velocemente di quanto non ci si aspettasse.