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SPY FINANZA/ Le "manovre" della Cina che preoccupano i mercati

La Cina sta provando a sgonfiare una pericolosa bolla, ma i tentativi si stanno rivelando finora poco efficaci e la situazione può farsi pericolosa, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Era il 9 dicembre scorso quando i mercati azionario, valutario e dei bond corporate cinesi si schiantarono al suolo dopo che il governo e gli enti regolatori decisero nuove e più stringenti misure per evitare la creazione di una bolla speculativa e con essa un pericoloso aggravio del debito. È bastato il divieto da parte della clearing house nazionale all’utilizzo di obbligazioni private con rating basso come collaterale per operazioni di finanziamento, i cosiddetti repos, cioè prestiti a breve termine la cui maturazione può andare da 1 a un massimo di 182 giorni, per far fuggire a gambe levate gli operatori e far pensare ai più che Pechino avesse stroncato sul nascere un pericoloso fenomeno di speculazione da eccesso di credito facile.

In effetti, a ben guardare, eliminare quella categoria di bond dalla platea del collaterale eligibile equivale a un controvalore di 1,25 triliardi di yuan, ovvero il 60% di tutti i bond corporate quotati nelle Borse di Shanghai e Hong Kong, piazze nelle quali il valore dei contratti repos in essere aveva superato all’epoca i 700 miliardi di yuan, circa 113 miliardi di dollari. La mossa, inoltre, seguiva quella relativa a una maggiore disciplina finanziaria per i governi locali, al fine di mantenere sotto controllo i loro livelli di debito: a ottobre, le autorità avevano deciso che i governi locali che non avessero ripagato i loro debiti non sarebbero stati salvati, oltre a imporre limiti all’indebitamento legale.

Anche questo un qualcosa di obbligato, visto l’alto tasso di debiti contratti dai governi negli ultimi anni per finanziare infrastrutture sull’onda lunga dell’eccesso di credito durante il picco della crisi globale: almeno il 40% dei 17,9 triliardi di yuan di debito e garanzie dei governi locali cinesi ha scadenza entro la fine di quest’anno, tanto che movimenti sospetti fanno capire quale sia l’attuale fame di denaro a ogni costo.

Bene, è servito questo interventismo a sgonfiare la bolla? No, come dimostra il primo grafico a fondo pagina, dal quale si evince che i titoli trattati nelle Borse cinesi ora valgono il 55% in più di quelli di Brasile, Russia, India e Sudafrica messi insieme, un livello record mai raggiunto. Questo perché solo nell’ultimo mese i titoli cinesi sono cresciuti di qualcosa come il 28% e addirittura del 52% da quando la Banca del Popolo ha dato vita in luglio alla sua versione light del Qe, ovvero manovre di stimolo limitate e mirate (di fatto per evitare default a catena). Di più, come ci mostra il secondo grafico, nonostante le limitazioni la bolla azionaria è talmente grande da aver di fatto garantito nuovi clienti, diciamo retail, alle Borse cinesi.

Come conferma Tai Hui, strategist per il mercato asiatico di JP Morgan a Hong Kong, «i clienti che normalmente giocano nei casinò di Macao, probabilmente oggi sono a casa davanti al computer facendo trading. Gli investitori stanno operando sui margini di trading o, come si dice in gergo, stanno tagliando un albero grande con un coltello piccolo». Insomma, sarà anche solo una fortuita coincidenza, ma il mese scorso gli introiti dei casinò di Macao sono scesi a 24,3 miliardi di patacas (circa 3 miliardi di dollari), il livello più basso dal settembre 2011, mentre il trading su Shanghai e Shenzhen è salito al massimo di 1,24 triliardi yuan, circa 200 miliardi di dollari, il 18 dicembre scorso.