BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Il "risiko" delle banche centrali che può aiutare la crisi

Pubblicazione:

Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Mi chiedo, con il terrore dei tedeschi per l'iper-inflazione, lasceranno che Draghi si tramuti in giapponese? Insomma, una divergenza di politiche tra le banche centrali potrebbe far emergere anche un allontanamento dal reddito fisso in Europa a favore degli Stati Uniti, sia nei governativi che in altri settori del credito. Il rischio principale in questo caso (questo provocherebbe una decisa rivalutazione delle obbligazioni core e periferiche in Europa) è l'eventualità che la Bce non sia in grado di ampliare il proprio stato patrimoniale per difficoltà politiche e legali che minerebbero gravemente la sua credibilità. 

Inoltre, questa possibile liquidità ulteriore potrebbe sì contribuire a tenere bassi i rendimenti delle obbligazioni globali anche se, visti i livelli attuali, non mi sorprenderebbe se i rendimenti salissero nel momento in cui la Bce annunciasse un Qe sui titoli sovrani, come già accaduto durante le operazione del fondo Smp Sarebbe l'esempio più eclatante del motto "buy the rumour-sell the news", quando le voci possono produrre un effetto opposto alla notizia effettiva. E qui ultime due variabili. Prima, se per caso - non succederà, è impossibile - il 29 dicembre prossimo il Parlamento greco non troverà nemmeno la maggioranza semplice per far eleggere il nuovo capo di Stato alla terza chiama e il premier Samaras sarà costretto per legge a sciogliere la Camere e indire elezioni entro 30 giorni con il fantasma Syriza alle porte, siamo sicuri che la Bce sarà in grado e sufficientemente veloce a intervenire in difesa di Atene sui mercati o rischiamo un contagio su tutta la periferia, Italia compresa? Seconda variabile, proprio sicuri che la Fed alzerà i tassi e normalizzerà la sua politica fiscale se dovessimo restare a lungo termine in un scenario con il petrolio sotto i 60 dollari al barile, con il settore trainante dello shale oil e gas che comincia a pagare prezzi sempre più cari in termini di impianti che chiudono e progetti già varat che vengono sospesi? 

Proprio il petrolio a basso costo e le sue conseguenze a livello globale, paradossalmente, potrebbero innescare un focolaio di crisi che la Fed sarebbe chiamata a gestire nell'unico modo che conosce, ovvero attivando di nuovo la stamperia, magari con meno virulenza, non solo per mantenere in vita la ripresa, ma anche per evitare che vada a zampe all'aria quel castello di carta e leva che è Wall Street, la quale ha sì festeggiato il Dow Jones a 18mila punti ma sa anche che con la liquidità in perenne calo e il margin debt ai massimi, basta uno scossone perché qualcuno si schianti nel tentativo di chiudere le posizioni. 

Inoltre, proprio in relazione al mercato dei bond ad alto rendimento di cui parlavamo prima, una serie di default obbligazionari legati alla crisi del comparto energetico e del suo debito potrebbe innescare crepe profonde nello stesso edificio della stabilità finanziaria. Stando a dati di Bernstein, il prezzo del petrolio a 50 dollari per un periodo sostenuto di tempo potrebbe far calare gli investimenti nel settore fino al 75%, mentre stando a dati del Department of Labor, i lavoratori nei settori del gas e del petrolio come percentuale di tutta la forza lavoro sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, sostenendo così anche la ripresa in atto, nonostante i soliti trucchetti contabili del Treasury di cui parleremo nel prossimo articolo.

 

(1- segue)



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.