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SPY FINANZA/ I numeri che mettono in crisi il Giappone (e Krugman)

Paul Krugman (Infophoto) Paul Krugman (Infophoto)

E proprio sabato scorso il governo giapponese ha approvato un ulteriore pacchetto di stimolo finanziario da 3,5 triliardi di yen (29 miliardi di dollari) per cercare di tamponare il crollo dei consumi dopo la geniale intuizione dell’innalzamento dell’Iva lo scorso aprile. Le misure comprendono voucher per gli acquisti, sussidi per il riscaldamento per i più poveri e prestiti a basso interesse per le piccole imprese, un combinato che nei calcoli del governo nipponico dovrebbe far salire il Pil dello 0,7% e che verrà finanziato da maggiori entrate fiscali e da fondi a disposizione del ministero dell’Economia accantonati e non spesi, in Italia lo chiameremmo “tesoretto” ma non da emissioni di nuovo debito (che tanto verrebbe monetizzato subito dalla Bank of Japan).

Circa 1,7 triliardi di yen saranno spesi in infrastrutture pubbliche e lavori di manutenzione in aree colpite da disastri naturali e per opere di prevenzione, 600 miliardi andranno alla rivitalizzazione delle economie regionali e 1,2 triliardi al supporto di cittadini e piccole imprese: il tutto fa parte di un extra budget per l’anno fiscale che si conclude a marzo e verrà adottato dal governo il prossimo 9 gennaio, con l’approvazione del Parlamento chiaramente scontata. Insomma, Abe comincia ad aver paura che la situazione stia sfuggendo dal suo controllo. E qualcuno questo lo sa da tempo, visto che nella settimana conclusasi il 14 novembre scorso gli investitori a livello globale hanno ritirato dai fondi azionari giapponesi qualcosa come 3,8 miliardi di dollari, il più grosso outflows di capitale dal maggio 2010, stando a dati resi noti da Bank of America-Merrill Lynch Global Research, questo quando nel medesimo arco temporale i fondi azionari in generali avevano attratto inflows per 7 miliardi di dollari, gli Etf per 12 miliardi e i mutual funds su equities 5 miliardi.

E, peggio ancora, quel dato avveniva nonostante la settimana precedente l’indice Nikkei avesse chiuso al massimo da sette anni sulla speranza del rinvio di un ulteriore innalzamento dell’Iva dopo quello di aprile e dopo l’annuncio shock di ottobre della Bank of Japan di ampliare la sua politica di stimolo. Insomma, si scappa dal Giappone. E per andare dove? Negli Usa, i grandi beneficiari della crisi globale.

Nella settimana conclusasi il 24 dicembre, infatti, stando a dati della Lipper, nei fondi azionari Usa sono entrati qualcosa come 36,5 miliardi di dollari, l’inflows più alto dal 1992, quando si è cominciato a tracciare il dato: di più, se i fondi specializzati in titoli Usa hanno visto entrare 39 miliardi, quelli che invece investono in azioni non statunitensi hanno conosciuto un outflow di 2,5 miliardi di dollari. E a stimolare la domanda sono investitori sia retail che istituzionali, con i mutual funds azionari che hanno attratto 12,8 miliardi di dollari e gli Etf 23,7 miliardi di dollari: insomma, sia i grandi investitori che i piccoli puntano tutto sull’America in questo momento di riposizionamento dei portafogli di investimento. E ancora, i fondi specializzati in titoli del settore energetico hanno attratto 1,5 miliardi in quella settimana, mentre l’outflow patito da quelli specializzati su titoli giapponesi è stato di 1,5 miliardi, il più grande mai registrato e quelli specializzati in mercati emergenti hanno scontato fughe di capitali per 900 milioni, il dato più grande da 10 settimane. Guarda caso, i fondi comuni di investimenti che trattano equities a basso rischio hanno visto inflows per 17 miliardi, il maggiore da tre settimane.