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SPY FINANZA/ La guerra del petrolio che fa comodo all'Isis

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Il problema è che l’industria petrolifera Usa è estremamente finanziarizzata, quindi può reggere la sfida sul medio termine avendo bloccato i prezzi al rialzo attraverso contratti derivati, ad esempio come la Noble Energy e la Devon Energy che hanno stipulato contratti di hedging sul prezzo per tre quarti del loro output del prossimo anno. E c’è chi ha fatto di più, come la Pioneer Natural Resources che ha opzioni per tutto il 2016 a copertura dei due terzi della sua potenziale produzione: «Possiamo produrre anche con il barile a 50 dollari», dichiara spavaldo Harold Hamm della Continental Resources.

Un dato confermato dalla International Energy Agency, a detta della quale ad esempio l’enorme giacimento petrolifero di Bakken in North Dakota «vede margini di profittabilità anche al di sotto dei 42 dollari al barile. Addirittura il prezzo di break-even per il giacimento di McKenzie County, il più produttivo dello Stato, è di 28 dollari al barile». Inoltre l’efficienza sta migliorando e le trivellazioni si stanno spostando verso aree a costi minori, di fatto non offrendo un bersaglio fisso all’Opec, la quale per Citi «ha accettato troppo facilmente il punto di vista saudita, mentre il floor per il prezzo sta scendendo e molto». Dipende infatti come si valuta l’impatto del prezzo, ovvero sul ciclo pieno che include l’acquisto del terreno e le infrastrutture e che allora impone un break-even di prezzo tra i 70 e gli 80 dollari al barile, mentre il prezzo di produzione in sé - al netto di quei costi - è nel range massimo dei 30-40 dollari: senza contare che il giacimento di Bakken ha già raggiunto 1,1 milioni di barili al giorno e ci si aspetta che raddoppi la produzione entro cinque anni.

Insomma, l’Opec potrebbe aver sbagliato quantomeno timing, visto che il petrolio sotto i 70 dollari rischia di mandare in cortocircuito il petro-nesso con i budget globali: stando agli ultimi dati di Citigroup, infatti, il costo di break-even per il Venezuela è di 161 dollari, 160 per lo Yemen, 132 per l’Algeria, 131 per l’Iran, 126 per la Nigeria, 125 per il Bahrein, 111 per l’Iraq, 105 per la Russia e 98 dollari per la stessa Arabia Saudita. La quale potrebbe aver mosso questa sfida per una ragione molto semplice, ovvero il fatto che potrebbe essere l’ultimo dei paesi Opec a pagare il prezzo di una potenziale sconfitta. Sono infatti Bahrein o Oman i paesi dell’area più vulnerabili, visto che stando a elaborazioni della banca Efg Hermes anche con il prezzo a 70 dollari al barile il forte cuscinetto fiscale saudita, pari a 746 miliardi di dollari in assets di riserve estere, è in grado di finanziare il deficit di budget equivalente a 55 miliardi per 13 anni ancora: «Ci aspettiamo che l’Arabia Saudita mantenga la sua spesa per infrastrutture pubbliche sociali e progetti strategici che sono finalizzati a diversificare l’economia e creare occupazione, questo nonostante i bassi prezzi del petrolio».

Inoltre, prezzi bassi stanno offrendo opportunità di investimento per Emirati Arabi Uniti, una delle economie più diversificate dell’area e per l’Egitto, che beneficia del calo in combinato con il consolidamento fiscale che dovrebbe comprimere il deficit per un ammontare pari al 4% del Pil. Ad aver paura, soprattutto sul fronte geopolitico, sono poi paesi come la Nigeria, dove un possibile crisi economica e politica potrebbe spalancare le porte a Boko Haram nel Nord del Paese, oppure il Maghreb, dove la crescita dei movimenti jihadisti - uniti agli accadimenti in Iraq e Siria - pone una minaccia diretta al regime saudita. La città libica di Derna è già nella mani del gruppo salafita Ansar al-Shariah, il quale ha già dato vita a un’alleanza con l’Isis, mentre i movimenti terroristici dell’area egiziana del Sinai già si muovono sotto le insegne nere del Califfato, tanto da aver costretto la scorsa settimana il leader egiziano Abedl al-Sisi a chiedere una mobilitazione generale delle nazioni arabe ma anche dell’Occidente per contrastare la crescente forza del movimento guidato da Abu Bakr al-Baghdadi.


COMMENTI
03/12/2014 - Venezuela (Giuseppe Crippa)

Se l’esercito venezuelano prendesse il potere lo farebbe con l’approvazione del popolo che da due anni almeno non trattiene la rabbia per un Paese in piena crisi economica anche col petrolio a 100 dollari, figurarsi nel prossimo futuro…